Atari: seppellire E.T. sotto il deserto del New Mexico non è bastato

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Quante leggende girovagano quotidianamente per il Web? Quante di queste sono vere e verificate? Esatto.

Tuttavia, oggi ci troviamo di fronte ad un caso rientrante in quella parva percentuale di miti accertati e rivelatisi veritieri.

Facciamo un balzo indietro, e ritorniamo ai fasti degli anni ’80. Fasti per modo di dire, si intende. A dirla tutta, quello dell’ ’83 fu uno dei periodi più bui della storia dei videogame, complice un crack economico che mise l’intera struttura in ginocchio.

Per risollevare le sorti della propria console casalinga, l’azienda leader Atari puntò tutte le risorse su un gioco che altro non era se non il tie-in di E.T. l’Extraterrestre, osannato film di S. Spielberg. Sarà che il mercato non fosse pronto ad un titolo del genere, sarà che proprio il titolo in questione è tutt’oggi considerato come la più orrida ed inutile produzione ludica mai concepita, fatto sta che il risultato finale fu disastroso. Le centinaia di migliaia di copie stampate per distribuzione restarono invendute, intrappolate nel loro cellophane. Ecco allora Atari compiere il gesto più logico e consequenziale: non stiamo parlando di mettere il gioco nelle patatine per bambini, bensì seppellire tutte le copie stampate nel deserto di Alamogordo, nel New Mexico, facendo perdere traccia del più orripilante esperimento videoludico della storia.

Oggi, a 2014 inoltrato, alcune aziende hanno finanziato degli scavi tesi al ritrovamento del materiale coraggiosamente occultato; ecco affiorare dalle lande sabbiose delle fantastiche bustone sigillate, contenenti le povere cartucce abbandonate al loro destino e riesumate come un’antica mummia egizia.
Il tutto sarà filmato e pubblicato come documentario certificato.

La morale della storia appare semplice: mai nascondere qualcosa in un deserto, è il primo posto in cui gli altri andrebbero a guardare.