Coefore/Eumenidi: quando i colori diventano significato

DSC00925Si è inaugurato venerdì 9 maggio il 50° ciclo delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa. Ad aprire la nuova stagione, la tragedia eschiliana di Agamennone, seguita il giorno dopo dalla doppietta Coefore/Eumenidi a completare la Trilogia Orestea.

Una lapide al centro della scena e al centro delle vicende narrate da Coefore/Eumenidi, scintilla di un crogiolo di emozioni intense, dalla vendetta per Agamennone, padre-eroe ucciso ingiustamente, all’amore per il fratello ritrovato (è attorno alla tomba del loro padre che Oreste ed Elettra si ricongiungono per volere del Fato, ritrovando nella loro unione l’unico senso possibile dell’idea di ‘famiglia’), all’odio per Clitemnestra, madre arrivista e senza scrupoli, carnefice del proprio marito nonché del padre dei suoi figli.

Una scenografia essenziale e neutra che consente all’azione e ai personaggi di spiccare in tutta la loro intensità di gesti, parole e costumi, oltre che proiettarci in una dimensione liminare, aldilà della terra, in uno spazio indefinito.

L’entrata in scena di un lungo velo nero umano, il corteo funebre, capitanato da Elettra, un’incisiva Elisabetta Pozzi, che tiene DSC01011in mano un mazzo di rose rosso sangue, presenta allo spettatore le coordinate cromatiche (il rosso ed il nero) che si fanno anche tematiche dell’intero spettacolo. Il nero è lo spirito della rabbia, dell’odio, del risentimento (quello che ritroveremo incarnato nelle Erinni, le cagne lascive e fameliche di Elettra, prima della loro conversione in entità protettrici di Atene, le Eumenidi). “Il resto imparalo dalla rabbia!” urlerà il coro ad Oreste (Francesco Scianna), “Segui il tuo demone ed agisci!”. Questo sentimento oscuro diventa motore della vicenda, è ciò che tramuta il dolore in azione. C’è il rosso delle rose, il sangue, quello versato da Agamennone, lo stesso che verrà cosparso sui corpi dei suoi carnefici, Egisto e Clitemnestra; ma è anche il rosso del telo che alla fine della trilogia avvolgerà le Erinni segnando il loro passaggio dalla sfera del male a quella del bene. C’è anche un terzo colore che appare fin da subito, veicolo e ponte dal nero al rosso: il bianco. Il corteo funebre di Elettra porta con sé dei fazzoletti di lino che aiutino ad asciugare le lacrime, ma il bianco di quel lino è anche il bianco del latte procurato dal seno materno che Clitemnestra mostrerà al figlio Oreste intenzionato ad ucciderla, distogliendolo per un attimo dal suo volere. Il seno che nutre diventa strumento d’inganno, tranello usato per confondere. Sarà la promessa fatta ad Apollo, impersonato da Ugo Pagliai, protettore e sostenitore di Oreste nel matricidio, a far tornare in sé il figlio di Agamennone infilzando la spada nel seno della madre. Nel capitolo finale della trilogia compare in scena un’enorme bilancia, da sempre simbolo della giustizia a sua volta impersonata dalla dea Atena, una Piera degli Esposti che non adombra il resto del cast con la sua presenza, al contrario ne valorizza la bravura. La costituzione dell’Aeropago, tribunale composto dai cittadini “migliori” consente di affrontare il tema del matricidio lasciando spazio alle argomentazioni di Oreste e della parte opposta, le Erinni. Per mezzo delle arringhe d’impronta maschilista declamate da Apollo su suppoDSC01084rto di Atena, le dea che “sta dalla parte dell’uomo perchè figlia di solo padre” Oreste avrà la meglio ma la conciliante dea proporrà alle Erinni un equo scambio: il riparo da ogni pena in cambio della protezione ad Atene per ciò che arriva da ogni fonte naturale di vita come l’acqua ed il cielo. Il bianco latte del seno materno viene così depurato da ogni traccia di sangue e Atene è pronta ad assumere le sembianze di una madre natura che culla il proprio bambino sotto la protezione di benevole Eumenidi, prendendo il posto, a fine spettacolo dell’immagine di morte della tomba di Agamennone. Ciò che era iniziato sotto l’influenza di Thanatos si chiude nel segno di Eros.

È il trionfo della parola, del confronto che vuole celebrare Eschilo, sancendo il cambiamento delle Erinni, voci velenose della maledizione, in Eumenidi, intonanti il canto della vittoria, libera la stirpe di Oreste da una vittoria infetta, contagiosa, e garantisce ad Atene un futuro di giustizia e fecondità.

La regia di Daniele Salvo ci ha restituito un’opera lontana anni luce dipingendo un quadro dalle tinte forti che parla in e a ogni tempo.