Riforme: Il Pd licenzia Mineo dalla commissione Affari Costituzionali

Diciamoci la verità: i “dissidenti” non piacciono a nessuno. Non piacevano a Beppe Grillo, che ha deciso di affidare ai militanti della Rete la responsabilità di emettere un giudizio sui “malpancisti” a 5 Stelle (poi allontanati dal movimento); e non piacciono neanche al Pd di Matteo Renzi, che ha prescritto, nelle ultime ore, la sostituzione di Corradino Mineo con Luigi Zanda in commissione Affari Costituzionali.  

Il motivo? Presto spiegato: l’ex giornalista Mineo non ha mai fatto mistero della sua contrarietà al progetto di riforma sulla legge elettorale e sul Senato abbozzato dal Pd in intesa con Forza Italia. Il suo voto contrario in commissione potrebbe far naufragare gli accordi, esponendo il partito del premier a un rischio tsunami che in moltissimi vorrebero evitare. Cosa fare allora? Per non correre troppi rischi, i vertici democratici hanno (ben)pensato di predisporre l’allontanamento dalla commissione di quell’unica voce “stonata” che minaccia di guastare ogni cosa, sostituendo il poco “affidabile” Mineo con l'”allineatissimo” capogruppo al Senato, Luigi Zanda.

Una mossa con cui il governo ha sostanzialmente “blindato” i 15 voti della maggioranza in commissione (qualche giorno fa è stato sostituito anche il “dissidente” centrista Mario Mauro), spianando la strada alla proposta di riforme che, leggenda vuole, sia stata concepita da Renzi e Berlusconi nel loro epico incontro in via del Nazareno. Le reazioni non si sono, ovviamente, fatte attendere. A partire da quella del diretto interessato, che ha definito la mossa del premier-segretario un “errore” e un “autogol“.

“Il problema non sono io – ha detto l’ex direttore di RaiNews24 – Se invece di Mineo in commissione ci fosse un clone cieco, muto e sordo che votasse qualsiasi cosa gli ordina il capobastone, con una militarizzazione dei voti, resterebbe comunque il problema di votare le riforme 15 a 14 e non con la larga maggioranza auspicata dallo stesso Renzi”. “C’è un momento di difficoltà per il governo in commissione – ha proseguito Mineo nel suo ragionamento – ma con un’apertura sull’elettività dei senatori si potrebbe sbloccare subito la situazione”.

L’allontanamento coatto di Mineo dalla commissione Affari costituzionali ha fatto storcere il naso anche a Stefano Fassina:  “E’ una decisione grave, un segno di debolezza per chi intende evitare di fare le riforme a colpi di maggioranza – ha osservato il democratico diversamente renziano – Chiediamo alla presidenza del gruppo Pd del Senato di rivedere la decisione presa”.

Di certo non avrà la solidarietà del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi: “E’ ovvio che ci debba essere un confronto, che è stato ampio – ha risposto ieri a chi l’ha interpellata sull’argomento – ma l’importante è che ci sia una compattezza plastica del gruppo al momento dell’approvazione”. Come dire: va bene discutere, ma alla fine decidiamo noi.