Pesca siciliana: Blue Economy per uscire dalla crisi

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La pesca siciliana ha perso, e molto, in termini di competitività e di occupazione: a certificarlo è stato l’ultimo Rapporto sulla pesca e sull’acquacoltura in Sicilia relativo al 2013. L’indagine – confezionata dall’Osservatorio della pesca del Mediterraneo, costituito da ricercatori, economisti e giuristi – ha messo in evidenza come, nell’arco di 10 anni, il numero delle persone occupate nella grande filiera del mare (dai pescatori agli imprenditori ittici) sia sceso da 18 mila unità (del 2003) a 7.500 unità (nel 2013).

Una flessione vertiginosa, che ha reso non più procrastinabile l’intervento delle istituzioni. A partire dalla Regione: “Il Rapporto sulla pesca è uno strumento che arriva al momento giusto per avviare la programmazione delle politiche della pesca in Sicilia – ha detto l’assessore regionale all’Agricoltura e alla Pesca, Paolo Reale – Dobbiamo cambiare prospettiva rispetto agli anni passati, bisogna riacquisire la cultura del mare, di cui la pesca siciliana fa parte. Il governo regionale – ha continuato l’assessore – ha riorganizzato il Dipartimento della Pesca. In questa prospettiva, ribadiamo l’importanza dell’Osservatorio della pesca del Mediterraneo”.

Meno fiducioso si è mostrato, invece, Giovanni Tumbiolo, presidente del Distretto produttivo della pesca di Mazara del Vallo: “La Regione è stata acefala rispetto alla pesca – ha esordito – Cambiare dirigenti ogni sei mesi quando ci sono funzionari che da 25 anni stanno in un dipartimento non serve al settore. Siamo alla disperazione, quest’anno mi sono rifiutato di trarre le conclusioni del Rapporto perché non c’è niente di nuovo. I dati fotografano una situazione che evidenziamo dal 2011 e cioè un inesorabile declino. Abbiamo inventato la Blue economy – ha aggiunto Tumbiolo – ma la Regione non è stata in grado di avvalersi di metodologie di analisi per arginare la crisi del sistema”.

Le analisi che l’Osservatorio della pesca del Mediterraneo conduce ormai da anni hanno, infatti, evidenziato la necessità di operare in maniera nuova nel mare. Affidandosi ai principi della cosiddetta “Blue Economy” che, ispirandosi al generale senso di responsabilità che prevede la salvaguardia delle risorse ittiche nel Mare Nostrum, promuova una pesca razionale e sostenibile. Un modus operandi che l’Unione europea ha deciso di recepire, impegnandosi a sostenerlo con un fondo di 6,5 miliardi di euro (da  erogare a ogni Stato membro), nel periodo compreso tra il 2014 e il 2010.