Anno zero calcio italiano: ecco come ripartire dai giovani


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. Non penultimi, terzultimi, quinti a partire dal fondo, non in zona retrocessione e nemmeno in lotta per i playout. Il Centro internazionale per gli studi sullo sport (in una parola, Cies) ha calcolato il numero di calciatori tesserati dal club in cui sono cresciuti. Il campionato che ne ha di più è l’Allsvenskan, la Serie A svedese, mentre la Serie A è umilmente ultima, preceduta dall’ottima Premier League bielorussa, dal competitivo torneo bulgaro, dall’esaltante prima divisione cipriota. Ci fermiamo all’8,4%: su 100 giocatori di A, solo 8 corrono per il club che li ha formati. Considerato che Maradona e Ronaldo non passano più da queste parti, è obbligatorio concludere che gli altri 92 sono stranieri acquistati a poco, mediani in comproprietà per nove mesi, terzini in prestito con diritto di riscatto della metà. Negli anni Novanta il Milan si godeva Costacurta e Maldini, cresciuti con il rossonero sulla pelle, mentre il Brescia offriva al mondo Pirlo e Baronio. E il primo non era necessariamente considerato superiore al secondo. Oggi l’Italia va alla rovescia: in Bundesliga ogni club investe in media 4,4 milioni per il vivaio, in A ci si ferma a 2,75. Anche per questo, i nostri settori giovanili sembrano incapaci di produrre giocatori. Da qui, una prima proposta: obbligare i club a investire una parte del loro fatturato – diciamo tra l’8 e il 10% -. Milan, Inter e Juventus per il 2012-13 sono state sotto il 3%.