Le origini del male, la recensione

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:39

LeOriginiDelMaleUniversità di Oxford, 1974. Il professor Joseph Coupland inizia un esperimento molto particolare e ad aiutarlo saranno due suoi studenti, oltre al giovane Brian, che, patito di riprese cinematografiche, è incaricato di filmare tutto. L’ “oggetto” dell’esperimento è Jane, una ragazza con manie suicide a cui è stata diagnosticata la schizofrenia, ma che crede di essere posseduta da una presenza chiamata Evey. Il professor Coupland, scettico su ciò, mira a far sì che l’energia telecinetica prodotta da Jane si manifesti liberamente così da riuscire a guarire la ragazza. Coupland aveva fatto lo stesso test anni prima con un bambino: il professore mostra agli studenti i filmati realizzati nel corso di quel tentativo, evidenziando come il bambino attribuisse i suoi episodi telecinetici a un fantomatico signor Gregor.
L’Università taglia però i fondi a Coupland per gli scarsi risultati del suo esperimento, che tuttavia decide di continuare e gli studenti sono con lui, ma le cose si complicano ben presto anche perché tra Brian e Jane si sviluppa una particolare relazione.

Le origini del male” è uno di quei film che affrontano il paranormale con atteggiamento scientifico affiancato da uso di macchinari e spirito positivo. La storia procede sino alla fine senza troppi sussulti o atti di vero terrore: interessanti i rivolgimenti nell’ultima parte, che tuttavia si concludono con la tipica vaghezza di certi horror datati.
I personaggi sono funzionali, ma poco approfonditi: la coppia di studenti è poco più che una sola presenza e il “cameraman” è il classico “eroe” pervaso da buonismo. Solo il professore, interpretato da Jared Harris, viene leggermente approfondito a livello caratteriale per le sue ambizioni, mentre la tragica figura dell’oggetto dell’esperimento vive soprattutto grazie all‘intensa interpretazione di Olivia Cooke.
Sceneggiatore di un certo rilievo, John Pogue aveva esordito alla regia con Quarantena 2, il sequel di un horror spagnolo: un esordio, quindi, umile e non di certo esplosivo. In questo film però perfeziona le sue doti e conferma buona affinità con il genere. Gli elementi horror sono sufficientemente gestiti in modo da mantenere costante una tensione che compensa una carenza di azione. Pogue non cerca di stupire, ma accompagna lo spettatore con buona padronanza di stile attraverso i vari stadi dell’incubo, resi perfettamente dalle ambientazioni spettrali.

Chi vuole vedere un horror contornato da splatter, zombie, mostri ecc, questo non è il film che fa per voi. Tuttavia se volete un horror “psicologico”, che come un crescendo, intensifica l’attesa e la suspence ad ogni scena, avete trovato ciò che cercavate. Il cast seppur non famosissimo riesce a calarsi perfettamente nel personaggio e viverlo con intensità: basti pensare al professore e alla ragazza, oggetto di studio, che diventano i perni del film stesso. Da qualche anno a questa parte il genere horror si è rivelato uno “psico-horror”; un horror che colpisce la psiche dello spettatore, con avvenimenti non troppo palesi spesso, che accrescono quel senso di “angoscia” per poi sfociare in quel “boom” di avvenimenti di cui il genere sa offrire : basta coi mostri, col sangue e vampiri che sbucano nella notte e benvenute scene che accompagnano chi guarda, e soprattutto chi partecipa al film, a vivere ritmi d’animo altalenanti.

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