Eni Gela: primi licenziamenti nell’indotto

Petrolchimico Gela

 

Sale la tensione intorno al petrolchimico Eni di Gela (provincia di Caltanissetta). L’annunciata revoca dei 700 milioni di euro che il gruppo si era impegnato a investire, l’annullamento dei programmi di riqualificazione produttiva e il fermo delle linee di raffinazione del greggio allarmano ogni giorno di più i lavoratori dello stabilimento, che rischia di ridursi a semplice deposito costiero di carburanti.

Ad accrescere le tensioni i primi licenziamenti che hanno coinvolto, a partire da ieri, 15 dei 40 dipendenti della ditta “Riva e Mariani” operante nel settore della coibentazione e dell’isolamento termico di apparecchiature e tubazioni. La procedura di mobilità che era stata annunciata per loro non è, infatti, scattata cedendo il passo ai licenziamenti.

Ma a non dormire sogni tranquilli sarebbero anche 90 lavoratori dell’azienda chimica francese “Ecorigen” che effettua lavori di rigenerazione dei catalizzatori per il petrolchimico gelese. Il fermo prolungato della raffineria priverebbe, infatti, l’azienda delle materie prime necessarie a garantire l’attività, con conseguenze ben prevedibili sul piano dell’occupazione.

La condizione di evidente instabilità in cui versa la raffineria di Gela – che ha iniziato a mietere le prime vittime nell’indotto – non fa presagire niente di buono. Tanto che alcuni lavoratori hanno dato il là ieri alle prime forme di protesta con presidi spontanei che hanno impedito ogni accesso al petrolchimico. Mentre cresce la preoccupazione anche tra i soggetti amministrativi coinvolti: dalla Regione Sicilia ai Comuni del comprensorio gelese (già sul piede di guerra).

E l’azienda? Stando a quanto fin qui trapelato, l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, avrebbe aperto un canale di dialogo con i sindacati annunciando l’intenzione di convertire lo stabilimento (da sempre al centro di forti polemiche da parte degli ambientalisti) in una bioraffineria. Una conversione che implicherebbe, però, conseguenze pesanti sul piano occupazionale. Dopo Taranto, insomma, Gela rischia di diventare il nuovo scenario di scontro tra chi difende il diritto alla salute e chi antepone invece l’urgenza del lavoro.