Renzi-Di Maio: il match continua

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:57

Renzi  e Di Maio

 

Che i commenti sulla Rete sarebbero stati a favore del Movimento 5 Stelle lo si sapeva già. Ma l’inclemenza con cui buona parte degli internauti hanno ieri affondato sulla performance di Renzi &co. dovrebbe forse far riflettere i democratici.

A confrontarsi due delegazioni diverse: da una parte i governanti capitanati dal premier-segretario; dall’altra gli oppositori trainati dal vicepresidente della Camera. Il tavolo durato circa un’ora e mezza ha sostanzialmente replicato lo schema del primo incontro, risolvendosi in un faccia a faccia tra Matteo Renzi e Luigi Di Maio.

Nonostante questa volta si siano registrate le “incursioni” di una indisposta Debora Serracchiani (visibilmente infastidita da molte delle argomentazioni dei pentastellati e per questo smaniosa di congedarsi al più presto); di una poco incisiva Alessandra Moretti, che ha sentito il bisogno di ricordare agli interlocutori che la loro apertura sulla legge elettorale è arrivata troppo tardi e dovrà dunque modellarsi sugli accordi già presi con gli altri partiti (Forza Italia in testa). E nonostante l’intervento da Gian Burrasca del capogruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza, che ha (ben)pensato di uscire dal mutismo in cui si era confinato fino a quel momento per infilzare gli avversari sui toni utilizzati fuori e dentro il Parlamento, che rischiano – a suo giudizio – di avvelenare il clima e di mandare a gambe all’aria la trattativa.

Dall’altra parte, a troneggiare è stato il giovane Luigi Di Maio, che ha ceduto la parola al collega Daniele Toninelli solo per l’illustrazione degli aspetti più tecnici. Quanto ai capigruppo del M5S alla Camera e Senato, la loro presenza è risultata pressoché inutile. Quando sia Paola Carinelli che Vito Petrocelli hanno tentato di introdurre qualche elemento “barricadero” nella discussione, a stopparli è stato lo stesso Di Maio, che con un solo cenno della mano li ha indotti al silenzio. Da questo punto di vista – è giusto sottolinearlo – il decisionismo ostentato dal vicepresidente della Camera è apparso anche più robusto di quello di Matteo Renzi. Di Maio si è auto-affidato l’incarico di condurre l’intera trattativa praticamente da solo, derubricando la presenza dei suoi compagni a una “comparsata” pallida e ininfluente.

Ma – è altrettanto doveroso sottolinearlo – il giovane avellinese ha avuto la capacità di tenere testa, in maniera più che efficace, al “campione di chiacchiere” fiorentino, ingaggiando un braccio di ferro che si è spesso risolto a suo favore. Il pentastellato ha insomma dimostrato (una volta di più) di non avere alcun complesso di inferiorità nei confronti di Renzi, che ha sfiancato con punture e battute al limite della scanzonatura. Resta da capire quanto il suo ruolo di leader in pectore (presumibilmente auto-assegnatosi) sia condiviso e tollerato dai colleghi del movimento, che hanno sempre fatto dell'”uno vale uno” un punto fermo della loro proposta politica.

Quanto a Matteo Renzi, il premier-segretario, che nella prima parte dello streaming è apparso distratto e finanche un po’ annoiato, dopo le dimenticabili performance di Serrachiani e Moretti, si è persuaso della necessità di prendere in mano le redini della discussione per evitare il peggio. E ha iniziato a infilare una serie di considerazioni che hanno confermato le sue capacità di intrattenitore brillante ma un po’ sconclusionato. Alla fine ciò che è emerso (e che il caustico Di Maio ha voluto far notare con enfasi) è che il Pd di Renzi è tornato a prendersi un po’ di tempo rimandando a data da destinarsi la risposta su alcuni punti considerati dirimenti dal M5S come quello delle preferenze. Una prova, quella del premier, scandita da alti e bassi, esaltata dalle solite fulminanti battute ma “scolorita” anche da qualche accenno di nervosismo. Che ha spinto molti commentatori a definire quella di ieri una delle sue performance mediatiche meno riuscite.