Moebius: Empire Rising, la recensione

Moebius: Empire Rising è Moebiusla nuova avventura firmata dalla grande sceneggiatrice Jane Jensen: autrice di Gabriel Knight e Gray Matter.
In questa avventura, sviluppata da Phoenix Online Studios, il protagonista è Malachi Rector, un esperto in antichità la cui memoria fotografica e l’attenzione per i dettagli trasformano persone e indizi in enigmi interattivi. Quando un’agenzia governativa segreta lo assume per determinare se una donna assassinata a Venezia possa avere un legame con una figura dell’antichità, per Malachi la vicenda assume dei contorni indecifrabili: perché il governo americano avrebbe incaricato lui di investigare su un omicidio avvenuto all’estero? E perché David Walker, un ex-agente delle forze speciali incontrato durante il viaggio, sembra trasmettere a Malachi ricordi di una vita passata? Ma soprattutto chi vuole morto Malachi Rector, e perchè?
Jane Jensen è tornata. Dalle avventure di Erica Reed e di Gabriel Knight qualcosa sembra però essersi evoluto: la regina del thriller paranormale conferma alcuni dei suoi tratti stilistici, quali il cammino del protagonista predeterminato dal fato, l’accenno di un sotto-testo romantico e l’intrigo di lobby misteriose; ma li reinventa in un nuovo contesto, stavolta non basandosi su un espediente esoterico preso dalla tradizione letteraria. La sua nuova trovata pseudo-scientifica è infatti descritta dal nastro di Möbius, la nota figura topologica da cui è tratto il titolo.
Come sul suddetto nastro dopo averne percorso la superficie nella sue interezza ci si ritrova nelle stesse condizioni iniziali, così una serie di nascituri sono destinati a ripercorrere le gesta dei grandi uomini del passato a distanza di secoli. Malachi Rector, bambino prodigio e antiquario di Manhattan, è capace di riconoscere questi e ricollegarne i tratti comuni attingendo al suo ricco database mentale; questo suo speciale talento farà gola a varie associazioni il cui scopo è di manipolare gli individui destinati ad occupare posizioni di comando per i propri fini.

Bello e maledetto, intelligente e reduce da un passato tragico ma insensibile ai flirt di donne piacenti, Malachi sembra progettato a tavolino per conquistare il pubblico femminile. Alcuni tratti lo accomunano allo Sherlock della BBC, a cui forse si deve anche la trovata delle scritte a video “popup” che ripercorrono il ragionamento mentale, probabilmente la scelta più riuscita dal punto di vista cinematografico.
Nonostante l’assonanza di nome (Grace/Gratchen), il rapporto tra la segretaria e Malachi è di tutt’altro genere rispetto all’affetto soffocato di Knight e i due rimangono, perlomeno nell’arco narrativo, sempre razionalmente distaccati e strettamente professionali. Ad aggiungere nuovo spessore sentimentale nell’animo diffidente dell’antiquario è però il prestante David Walker, un biondo ex-soldato, assoldato come bodyguard, privo di carisma a parte il suo strampalato repertorio di freddure. L’iniziale riserbo tra i due trasmuta velocemente in una forte tensione sessuale che li porta a prendersi cura l’uno dell’altro.

La poca attenzione negli enigmi classici è un vero rammarico, specie in memoria di alcuni di quelli della saga di Gabriel Knight (il murale in codice, il montaggio della musicassetta, le Serpent Rouge) tra i più memorabili della storia dell’avventura grafica. Fortunatamente, specie quando si implementa qualche menu su misura la situazione è nettamente migliore. Negli enigmi da inventario, invece, la scelta di rendere gli oggetti raccoglibili solo quando se ne presenta la necessità è in linea di principio condivisibile.

Il comparto video, a volte ha qualche picco di stile, quale il design creativo di una coppa di champagne in un locale trendy in una scena; nel comparto audio invece è presente il buon lavoro delle Scarlet Furies nelle colonne sonore, che dimostrano come la loro competenza non ha nulla a che fare con i legami di parentela acquisita con la Jensen.

Siamo stati catapultati in una bella avventura che intratterrà per almeno una quindicina d’ore di gioco, lo stile Janseniano non è più quello di una volta ma si riesce a percepirlo flebilmente in qualche scena: forse è vero che qualche autore è legato indissolubilmente alla propria creatura, quando essa un tempo è stata presa come modello videoludico di riferimento del passato, ma apprezziamo lo sforzo di una Jane Jansen che vuole stare “al passo coi tempi”.