Cambia il Senato (forse), l’Italia no

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Senato

 

Da settimane, i mezzi d’informazione si dilettano a intrattenere il pubblico agostano (lo stesso che, secondo il premier, dovrebbe andare in vacanza bello allegro) snocciolando le futuribili modifiche previste dalla riforma del Senato targata Maria Elena Boschi. Il testo ha ottenuto ieri il primo successo parlamentare, incassando i voti utili a superare la prova di Palazzo Madama, ma non è ancora legge. Anzi. Trattandosi di una riforma costituzionale, il ddl dovrà essere promosso in doppia lettura sia alla Camera che al Senato e i tempi di un’eventuale approvazione non sono certo stretti.

Eppure l’euforia è tanta e, nonostante i “guasti” democratici registratisi negli ultimi giorni al Senato, analisti e addetti ai lavori si sono precipitati a celebrare il successo – politico e morale – del governo Renzi che è riuscito a vincere le resistenze di un’opposizione ostinata, che ha preferito disertare in massa la votazione finale sul testo tanto vituperato. Se di reale successo si possa parlare, sarà la storia prossima futura a decretarlo. Tra le varie modifiche proposte, ce ne sono alcune che – a nostro avviso – meritano per lo meno qualche perplessità ma non è ciò su cui ci interessa intrattenerci.

Il logorante “braccio di ferro” andato in scena, in questo esordio di agosto, a Palazzo Madama ci ha consegnato l’ennesima istantanea di un Paese diviso, lacerato, avvelenato, che ha rinunciato definitivamente al confronto e alla concertazione. Da una parte la maggioranza “stampellata” da Forza Italia; dall’altra l’opposizione “invalidata” dai regolamenti e da alcune dimenticabili intemperanze. Lo scarto tra le due parti è stato così marcato da ricordare lo scontro tra i Montecchi e i Capuleti cantato da Shakespeare, segnato da una congenita indisponibilità a sedare le ataviche inimicizie per cercare un negoziato leale. A beneficio della democrazia e del Paese tutto.

L’ennesima ostentazione di “muscolarismo” politico, tesa a sedurre le masse più suggestionabili. Un’occasione persa, in definitiva, che conferma il clima d‘insofferenza acutissima che si registra in tutto il Paese. Dalle Aule del Parlamento agli spazi condominiali. Una radicalizzazione delle posizioni di cui il governo dovrà, prima o poi, attestarsi la maggiore responsabilità, avendo avuto l’ardire e l’ambizione sfrenata di modificare passaggi nodali della nostra Carta Costituzionale, senza tenere nella giusta considerazione (a nostro avviso) le obiezioni degli altri, di quell’opposizione – più o meno “strillona” – che meritava comunque il beneficio del rispettoso ascolto.

“Le riforme si fanno con tutti”, è andato salmodiando Matteo Renzi dal suo ingresso a Palazzo Chigi. Ma a ben guardare, quella che ha incassato il primo via libera ieri al Senato, è stata fatta solo con l’accordo di Forza Italia (che non ha, infatti, dimenticato di auto-attestarsene la co-paternità), sotto il segno di un Patto (quello del Nazareno) che ha assunto i contorni di un documento sospeso tra il fantasy e il Testo Sacro.

Le riforme si fanno in fretta: sembra essere il reale orientamento del nuovo governo, che mosso dalla smania di incidere, in maniera profonda, sulla storia repubblicana, conferma l’immagine di un Paese disabituato al rispetto e alla considerazione dell’altro e alla costruzione condivisa. Incurante, insomma, delle elementari dinamiche democratiche.