Cose sinistre: il Pd corteggia gli ex vendoliani. Che ci stanno

Matteo Orfini

 

E’ forse sfuggita ai più un’intervista rilasciata ieri a La Stampa dal presidente del Pd, Matteo Orfini, in cui il “giovane turco” (che non guarda più con insofferenza al “renzismo” imperante) ha sostanzialmente aperto ai “fuoriusciti” di Sel e agli “insoddisfatti” di Scelta Civica. Un’intervista che, al netto del politichese da decodificare, può essere letta come l’esplicita proposta dei democratici a unire le forze in prospettiva di nuovi Vietnam parlamentari, durante i quali i cosiddetti “dissidenti” del Pd potrebbero riservare amare sorprese alla dirigenza del partito.

“Credo che il Pd, di fronte a un grande sforzo di elaborazione di risposte politiche alla crisi – ha dichiarato Orfini – abbia bisogno di allargare il proprio campo d’azione anche a quelle forze che, in queste settimane, hanno dimostrato di non voler essere risucchiate dal radicalismo di una sinistra antagonista a prescindere, o dagli eccessi tardo liberisti di un centro che di liberale ha molto poco”.

Circonlocuzioni elaborate, dietro le quali si cela il corteggiamento agli ex “vendoliani” e ai “montiani”. Le reazioni? A raccogliere con slancio la proposta di Orfini è stato l’ex capogruppo di Sel alla Camera (adesso al Gruppo Misto), Gennaro MiglioreSiamo al lavoro per l’ingresso nel Pd e perché in questo modo si rafforzi la sinistra in Italia – ha ammesso candidamente, interpellato da Il Velino – C’è bisogno di un grande partito di sinistra e di governo, come mostrano le ultime dichiarazioni di Alfano sull’articolo 18, e mi fa piacere che adesso venga autorevolmente ribadito anche dal presidente del Pd”.

Più reticenti gli esponenti di Scelta Civica: Prima concordiamo bene che cosa vogliamo fare – ha tagliato corto il capogruppo alla Camera, Andrea Mazziotti – perché all’Italia serve un progetto, non un’ammucchiata“. Mentre la senatrice Linda Lanzillotta ha sollevato qualche dubbio sull’efficacia dell’azione del governo Renzi: “Sul piano politico, Scelta Civica è in crisi irreversibile – ha ammesso – non c’è un progetto unitario, non c’è un gruppo dirigente all’altezza e non c’è una leadership. Però esistiamo come forza parlamentare e portiamo avanti nelle due Camere l’agenda riformista sulla cui base siamo stati eletti. Un’agenda che è molto vicina a quella di Renzi, ma che – ha lamentato la senatrice centrista – il premier sta facendo fatica a portare avanti”.