Lucchini: operaio in sciopero della fame

Operai Lucchini

 

Il testo della lettera è lo stesso, ma i destinatari sono tre: il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il governatore della Toscana, Enrico Rossi, e il segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini. A loro l’operaio della Lucchini di Piombino, Paolo Francini, ha voluto rivolgersi direttamente, per denunciare la disillusione sua e dei suoi colleghi, dopo le promesse non mantenute da chi (a suo giudizio) avrebbe dovuto fornire risposte più ferme sulla vertenza della storica acciaieria.

“L’estate è quasi terminata – ha scritto Francini – e la situazione dello stabilimento Lucchini di Piombino è sempre più drammatica. Dopo lo spegnimento dell’altoforno, avvenuto nell’aprile scorso, adesso si è fermata anche la cokeria”. “Io sono solo un lavoratore (iscritto alla Fiom) di 54 anni che dal 1980 lavora nella fabbrica di Piombino – ha continuato – Non ho altro modo di esprimere la necessità di riprendere la lotta per i nostri diritti e per il lavoro, se non quello di mettermi in gioco personalmente. Per cui dalle ore 8 di sabato 30 agosto alle ore 8 di lunedì 1 settembre – ha annunciato l’operaio nella lettera – sarò all’ingresso della città di Piombino, nell’aiuola pubblica all’ingresso della Sol, facendo lo sciopero della fame. Sarà banale, ma è vero: chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha già perso!! E se si perde questa volta, lasceremo alle nuove generazioni un futuro di miseria e disperazione“.

Di più: nella sua accorata lettera, l’operaio iscritto alla Fiom ha lamentato gli scarsi risultati fin qui ottenuti, prendendo di mira il governo, le istituzioni locali e il sindacato che avevano prospettato, tra le altre cose, la possibilità per la Lucchini di occuparsi dello smantellamento della Costa Concordia (commessa poi affidata a Genova): “Piombino e i suoi lavoratori sono stati traditi e abbandonati“, ha affondato Francini. Che ha espresso anche scarso entusiasmo per l’eventualità che a rilevare lo stabilimento di Piombino sia un gruppo indiano: “Non può essere la soluzione definitiva – ha tagliato corto l’operaio – in quanto assicurerebbe il rientro in fabbrica solo a 700 persone, riassunte probabilmente, dietro una rigida selezione che una volta si definiva padronale, con diritti e salari da terzo mondo“.