Roma: chiude storica pasticceria e scoppia caso razziale

Pasticceria Pompi Roma

 

Per chi vive nella Capitale e si trova a passare nella zona di San Giovanni, una sosta nella storica pasticceria “Pompi” è quasi d’obbligo. Sia d’estate, quando è possibile combattere la calura metropolitana gustando un gelato; sia d’inverno, quando una fetta del tiramisù che ha reso famoso il nome di  “Pompi” in tutta Roma (e anche fuori) può risollevarti da ogni malanno.

Ebbene, la crisi non ha risparmiato neanche lo storico punto vendita di via Albalonga che chiuderà presto i battenti per lasciare spazio a una nuova attività gestita da imprenditori cinesi. Una notizia che ha destato grandi polemiche, anche per via del cartello che i proprietari della pasticceria hanno voluto esporre sul bancone del bar. In cui sta scritto quanto segue: Recessione è quando il tuo vicino perde il lavoro. Depressione è quando lo perde un tuo familiare. Panico quando lo perdono tutti i tuoi dipendenti…60! Grazie a questo lungimirante Municipio, alle vie limitrofe e ai residenti, i cittadini non avranno più il loro punto di ritrovo a cui erano abituati da 54 anni! Avranno tranquillità e più tempo, per imparare il cinese… vista la prossima apertura, dopo la nostra storica attività romana, di un bazar o ristorante cinese”. 

Un messaggio durissimo, che tradisce la grande amarezza per l’imminente chiusura e la rabbia nei confronti di chi ha contribuito (secondo i proprietari della pasticceria) al loro fallimento. Ma non solo: nelle frasi scritte a caratteri cubitali sul cartello, si scorge anche l’insofferenza nei confronti di una comunità che, a parere di molti, ha defraudato gli italiani del lavoro. Da qui la reazione di un cittadino italo-cinese, che ha scritto una lettera pubblica per commentare l’accaduto.

Sono rimasto scioccato da quelle parole piene di insofferenza razziale nei confronti di una comunità la cui unica colpa – ha scritto Alessio W. Chen – è quella di aver avuto successo nell’imprenditoria in Italia e che, tramite il duro lavoro in questi anni, ha raggiunto uno standard di vita migliore, dando la possibilità ai propri figli di studiare nelle università e quindi di renderli parte integrante della società italiana. Sono amareggiato e offeso – ha continuato – mi sento schiaffeggiato sia come cliente che come cittadino, ma soprattutto in quanto italo-cinese. Nessuno deve poter offendere gratuitamente un altro gruppo etnico esponendo cartelli di questo tipo”.

“Siamo consapevoli che la crisi economica abbia creato molta disoccupazione e che abbiamo una classe dirigente incapace nel fornire una soluzione concreta a questi problemi – ha proseguito W. Chen – ma è questo il modo di affrontarli? Se coloro che hanno scritto queste parole ritengono che la ricerca del capro espiatorio li renda migliori, allora spero tanto che nessun imprenditore assuma dei dipendenti tanto ignoranti, xenofobi ed incapaci”. Se i giovani capaci vanno via da questo Paese – ha rincarato l’italo-cinese – è anche perché ci sono persone come gli autori del cartello, restii al cambiamento e al progresso, che quando qualcosa va storto non pensano di poter migliorare, ma incolpano il diverso come il male assoluto, colui che ruba il lavoro e quindi un nemico da eludere”.

Ma la polemica non si chiude qui. “Ma quale razzismo? – ha controbattuto Cinzia Pompi, una delle proprietarie della pasticceria – Quel cartello era solo una provocazione“. Nei confronti di chi? Dei residenti che denunciano, da tempo, i disagi legati al traffico, per colpa dei clienti che lasciano le auto in doppia fila. O meglio che lasciavano perché, da quanto le denunce degli abitanti di via Albalonga si sono fatte più pressanti, l’amministrazione municipale ha deciso di intervenire installando delle barriere “New Jersey” che impediscono la sosta selvaggia. L’inizio della fine per la storica pasticceria che – stando a quanto riferito da Cinzia Pompi – avrebbe anche proposto al Municipio di predisporre delle aree di parcheggio a loro spese, senza ottenere alcuna risposta. Il cartello altamente polemico, insomma, non avrebbe avuto come scopo quello di colpevolizzare l’industriosa comunità cinese, ma quello di colpire la presunta accidia dell’amministrazione territoriale.