La crisi a tavola: tra sacrifici e ritorno alle tradizioni

ULTIMO AGGIORNAMENTO 8:39

Consumi

 

Gli anni della crisi hanno costretto sempre più italiani a risparmiare sul cibo. Ma anche a costruire un rapporto più consapevole con ciò che si consuma, promuovendo in alcuni casi un ritorno alla cucina povera. Sono questi alcuni degli aspetti emersi dall’indagine realizzata dalla Coldiretti sul tema: “Gli effetti della crisi: spendo meno, mangio meglio”, che ha messo a fuoco i comportamenti dell’italiano medio che deve “tirare la cinghia” anche quando va a fare spesa.

Partiamo dalle note dolenti: stando alla fotografia scattata dalla Coldiretti (in collaborazione col Censis), nel 2013, più di 4 milioni di italiani hanno dovuto chiedere aiuto per mangiare. Di questi, quasi 430 mila erano bambini e più di 578 mila anziani. La maggior parte di loro, più di 3.760 mila, è riuscita a sfamarsi grazie ai “pacchi alimentari” recapitati a domicilio, mentre 303.485 hanno vinto la vergogna personale e si sono rivolte alle mense per consumare un pasto gratuito.

Ancora: sei italiani su dieci hanno dovuto ridurre gli acquisti alimentari, per un totale di 15,4 milioni di famiglie che, negli ultimi due anni, si sono viste costrette a “tirare la cinghia” al massimo. Più nel dettaglio: oltre 12,3 milioni di famiglie (48,1%) hanno ridimensionato gli sprechi nei consumi alimentari, 3,1 milioni di famiglie (12,3%) hanno dovuto tagliare anche i consumi essenziali, quasi 9,5 milioni di famiglie (36,7) non hanno sostanzialmente modificato i consumi alimentari mentre 468 mila famiglie (1,8%) li hanno addirittura aumentati.

E c’è di più: il numero degli italiani che non riescono a consumare un pasto proteico ogni due giorni si fa sempre più alto (sono circa 11 milioni) mentre cala drasticamente il consumo dei prodotti agricoli (-323 Kg per famiglia in un anno). “E’ necessario rompere questa spirale negativa aumentando il reddito disponibile, soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione – ha commentato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo – E’ necessario sostenere la ripresa dei consumi, che sono tornati indietro di oltre 30 anni sui livelli minimi del 1981″.

Ma lo studio dell’associazione ha anche mostrato che non tutto è perduto. O meglio, che in tempi di crisi come questi, i comportamenti dei consumatori possono farsi più “virtuosi” e oculati orientandosi su parametri importanti come quelli della qualità, della genuinità e del risparmio. Da qui il ritorno, in molti casi, alla cosiddetta “cucina povera” che utilizza avanzi del giorno prima, tagli di carne meno costosi o addirittura gli scarti. Qualche esempio? Le bucce di patate fritte, le zuppe di teste di pesce, le polpette con la carne macinata avanzata, le pizze con la verdura non consumata e così via.

“Al di là dei drammatici effetti della crisi – ha osservato ancora Moncalvo – stiamo assistendo a un vero e proprio processo di ricostruzione del rapporto che lega il cibo che portiamo ogni giorno a tavola con il lavoro necessario per prepararlo. Si tratta di un passo importante per un Paese come l’Italia che ha bisogno di riscoprire la propria identità per tornare a crescere”.