Brand italiani acquistati da stranieri: il Made in Italy esiste ancora?

Povera ItaliaIl Made in Italy: un’idea importantissima (soprattutto a livello commerciale), totalmente svuotata di senso. Nonostante la propaganda di parecchi membri della classe dirigente tricolore (molti dei quali riuniti alla Leopolda messa in piedi per il quinto anno consecutivo da Renzi) il concetto di Made in Italy deve essere rivisto, poiché svuotato di senso da anni di cambi radicali nell’industria italiana.

Come sottolineato in un interessante video di Yahoo e Linkiesta, molti brand che consideriamo italiani, in realtà, non sono italiani già da tempo.

Facciamo qualche esempio:

L’azienda dolciaria Perugina è della multinazionale Nestlè già dal 1988: l’impresa che fa base in Svizzera ha quindi fatto la spesa in Italia negli anni ’90, rilevando nel 1993 L’Antica gelateria del corso e nel 1997 la San Pellegrino.

Anche altre due industrie simbolo del ‘dolce’ tricolore sono andate in mano straniere: basti pensare che già nella metà dei ’70 l’Algida è diventata Unilever (multinazionale anglo-olandese che nel corso degli anni ha acquistato marchi locali in lungo e in largo, omologandoli tutti sotto il logo del Heartbrand: il cuore stilizzato bianco in campo rosso che accomuna una serie di brand locali) e che la Pernigotti dal 2013 è andata addirittura in mani turche (insomma, abbiamo più difficoltà economiche della Turchia…).

Un altro emblema del Made in Italy (per altro d’alta gamma) come Lamborghini è stato comprato – già da anni – dalla tedesca Audi, che ha comprato – attraverso Lamborghini – anche la Ducati.

Gli esempi sono tantissimi, ma finiamo con il caso di tre aziende del settore olio, acquistate dalla Deleo (azienda spagnola): la Carapelli, la Sasso e la Bertolli nella metà degli anni duemila sono passati in mani iberiche. In Spagna, dal canto loro, evidenziano come vi sia la guerra dell’olio, con le olive spagnole usate per fare oli poi brandizzati in senso tricolore. Ma siamo poi certi sia così, considerando che queste tre grandi aziende dell’olio non sono più italiane, di fatto?

Si può ancora parlare di Made in Italy? Sarebbe meglio ripensare tanto il concetto quanto le politiche economiche?