Il conto salato della corruzione: 16 miliardi in meno dall’estero

Corruzione

 

Lo diciamo subito: i dati snocciolati ieri dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in occasione del convegno “Contrasto all’economia criminale”, confermano l’immagine di un Paese “avvelenato” dall’illegalità e dalla corruzione che, come vedremo, presentano un conto salatissimo alla nostra economia.

Con ripercussioni molto pesanti sugli imprenditori che, quando si trovano a operare in zone fortemente “criminalizzate”, devono far fronte a situazioni particolarmente ostili e onerose. Nella sua lunga relazione, il numero uno di Bankitalia ha fatto riferimento al “Global Competitiveness Index” del World Economic Forum che ha piazzato l’Italia al 106° posto (su 144) per qualità dell’ambiente in cui fare impresa. Di più: secondo le indagini condotte dal World Economic Forum, l’indice di percezione della criminalità nel nostro Paese è il quarto più alto in Europa, dopo Romania, Bulgaria e Polonia. E a rincarare la dose ci ha pensato anche Trasparency International che, nel 2013, ha “incoronato” l’Italia come terzo Paese più corrotto d’Europa (“meglio” di noi solo i greci e i bulgari).

Indicatori spaventosi, che rinforzano l’immagine di un Paese in cui la criminalità (declinata nelle sue tante forme) la fa da padrona. E risultati poco lusinghieri sono stati consegnati anche da Transcrime (il centro di ricerca interuniversitaria sulla criminalità transnazionale) che ha interpellato un campione di 11 mila imprese italiane scoprendo che circa il 30% ha percepito un “rischio criminalità” molto o abbastanza elevato nella zona in cui si trova a operare. Con picchi del 40% nelle aree del Sud.

Ed esistono anche dei dati raccolti dalla stessa Banca d’Italia (di cui, per ammissione dello stesso Visco, non è però possibile garantire l’assoluta attendibilità) che, indagando sui bilanci familiari del 2014, ha rilevato che una percentuale compresa tra il 34 e il 45% degli intervistati ha dichiarato di ritenere probabile il rinvenimento di comportamenti di tipo corruttivo nell’interazione con le pubbliche amministrazioni. Una convinzione che si fa ancora più robusta nel Sud e nelle isole dove la stima ha raggiunto il 57%. In pratica, più di un meridionale su due considera ordinario (ma non per questo plausibile o giustificabile) il fatto che, in determinati contesti, i favori vengano pagati a suon di “mazzette”.

Un’istantanea impietosa, quella rinfrescata ieri dal governatore della Banca d’Italia, che ha quantificato i danni di quanto illustrato. La criminalità – ha detto Ignazio Visco – ha un effetto negativo sugli investimenti in generale e quelli diretti dall’estero in particolare. Utilizzando l’indicatore ‘Doing Business’, che fornisce una sintesi della qualità dell’ambiente istituzionale, e considerando il grado di penetrazione criminale nel territorio – ha precisato il governatore – è stato stimato che, a parità di altre condizioni, se le istituzioni italiane fossero state qualitativamente simili a quelle dell’area dell’euro, tra il 2006 e il 2012, i flussi di investimento esteri in Italia sarebbero risultati superiori del 15%, quasi 16 miliardi di euro, agli investimenti diretti effettivamente attratti nel periodo”.