Jabil Marcianise: mobilità sospesa fino al 17 novembre

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La Jabil è una multinazionale americana, con sedi dislocate in tutto il mondo, leader nella produzione di componenti elettronici. Un gruppo solido, che sembra resistere bene agli urti della crisi, ma non in Italia dove conta un unico stabilimento: a Marcianise, in provincia di Caserta.

Qui le cose non vanno affatto bene, per via – è la tesi della Jabil – delle commesse in continua flessione che hanno costretto la dirigenza a operare scelte sgradevoli. Come quella di avviare la procedura di mobilità per 380 dei 560 dipendenti italiani che hanno, come prevedibile, reagito malissimo. La notizia, ufficializzata lo scorso 25 settembre, ha causato, infatti, lo stop alle produzioni e l’avvio di un presidio permanente in fabbrica.

A ridimensionare le tensioni tra il gruppo e i lavoratori di Marcianise è stato l’incontro convocato lo scorso 29 ottobre al ministero dello Sviluppo Economico, durante il quale il governo ha ottenuto la momentanea sospensione della procedura di mobilità avviata dall’azienda. I licenziamenti sono stati, insomma, “congelati” fino al prossimo incontro, convocato a Roma il 17 novembre, a cui parteciperà il board americano della Jabil.

Una vertenza difficile, quella che coinvolge i dipendenti di Marcianise, al cui fianco si sono “schierati” i sindacati che chiedono una modifica del piano industriale del gruppo (che non può prevedere solo tagli al personale) e il rientro di alcune produzioni, delocalizzate negli scorsi anni, nel sito italiano.

“Non è accettabile – ha detto il segretario generale della Fim Campania, Giuseppe Terracciano – che una multinazionale americana, con stabilimenti in tutto il mondo, faccia ricadere il peso della sua crisi proprio sul territorio più debole dal punto di vista occupazionale e che ha già pagato un alto tributo alle ristrutturazioni che il mercato globalizzato ha imposto”. Il ridimensionamento prospettato dagli americani non è, infatti, il primo. Già nel dicembre 2013, l’azienda aveva presentato un piano draconiano che prevedeva il taglio di 440 lavoratori (su 750). A fuoriuscirne, nei primi mesi del 2014, sono stati 160, quasi tutti giovani, per i quali – dopo il periodo di mobilità – si profila l’ombra lunga della disoccupazione.