Al Teatro Stabile di Catania, ‘Il giardino dei ciliegi’

Il logo del Teatro Stabile di Catania‘Il giardino dei ciliegi’ è uno fra i testi più affascinanti del teatro di tutti i tempi e, per ciò stesso, più rappresentati.
All’elenco delle messe in scena realizzate nel corso degli anni, si aggiunge l’edizione catanese 2014. Il testo è quello originale – nella traduzione di G. Dipasquale che ne firma anche la regia – integrato da alcune parti, all’inizio e alla fine, deputate a chiarire allo spettatore la scelta di interpreti più avanti negli anni rispetto alle indicazioni dell’autore russo: trovata interessante ma di difficile comprensione sia nei motivi che l’hanno suggerita sia nella giustificazione che se ne tenta di dare al pubblico. Alcuni brusii in sala lo hanno confermato.
Dicevamo degli illustri precedenti di questo spettacolo: quelli di Giorgio Strehler e di Peter Brook su tutti. Ma si ricorda anche l’edizione del Teatro Stabile di Catania del 1985, con Ida Carrara protagonista e la regia ispirata di Lamberto Puggelli. L’odierna rappresentazione dell’opera cechoviana si caratterizza, soprattutto, per la qualità degli aspetti tecnici che diventano esaltatori della poetica dell’opera. Luci, scene, costumi e musiche compongono uno spettacolo di per sé compiuto nella messa in scena generale.
Alle luci, Franco Buzzanca tratta con garbo e rara maestria le atmosfere della campagna russa; le sue penombre e i suoi chiaroscuri fanno da equilibranti ad alcuni momenti sopra le righe nell’interpretazione del testo.
Ad Antonio Fiorentino ed Elena Mannini, rispettivamente scenografo e costumista, è affidato il compito, assolto in modo lusinghiero, di rendere all’occhio dello spettatore le immagini quasi “frizzate” del tempo che è trascorso – il senso di glaciazione che l’uso del plexiglas trasmette – nell’eterno ripetersi della vicenda e dei suoi significati: la nostalgia del passato, l’attesa di un futuro sconosciuto e nel quale tutto sta per essere travolto – manca poco al 1917 e alla rivoluzione di ottobre.
Le musiche di Germano Mazzocchetti, infine, toccano le corde dell’anima del pubblico facendo vibrare anch’esse in un coinvolgimento totale.
In ultimo gli attori: stridente, a volte, la diversità dei registri ma bravi tutti anche se con alcuni momenti di visibile “distrazione” dal personaggio interpretato e di qualche eccesso di controscena. Note di merito per Magda Mercatali, Pippo Pattavina e Gian Paolo Poddighe il cui raffinato e decadente Leonid sembra prendere vita dal dadaismo di Francis Picabia; e ancora, da sottolineare le prove di Alessandra Costanzo, Matilde Piana e Camillo Mascolino.

F.D.