Laurea = lavoro? Non in Italia. Ecco le lauree più spendibili secondo i dati Istat

LaureatiIn Italia nel 2014 la domanda di lavoro di laureati segna un trend positivo pari a +3,9% (cioè +2.500 unità). Le persone in possesso del titolo universitario nel 2013 erano 6,4 milioni, di cui, in riferimento al mercato del lavoro, 4,8 milioni di individui “attivi” (cioè le cosiddette “forze di lavoro”, che complessivamente rappresentano “l’offerta di lavoro”),ed 1,6 milioni di “inattivi” (vale a dire coloro i quali non lavorano, né cercano lavoro), rispettivamente pari al 74,3% ed al 25,7%.

Nel 2013, a fronte di un’offerta complessiva di 4,8 milioni di laureati, gli occupati sono quasi 4,4 milioni, mentre 346 mila sono disoccupati alla ricerca attiva di un’occupazione (a cui corrisponde un tasso di disoccupazione del 7,3%). Non sempre, però, l’occupazione che si trova è attinente al proprio percorso di studi: i call center, ad esempio, sono pieni di personale qualificato, a volte anche altamente qualificato. Avere una laurea non sempre significa garantirsi un posto di lavoro, o comunque un lavoro ben retribuito.

Dall’analisi dei dati statistici emerge un dato incontrovertibile: la disoccupazione qualificata sembra essere in crescita, soprattutto in questo periodo di crisi recessiva, e soprattutto in quelle aree svantaggiate del Paese dove maggiormente si avverte la necessità di una “via d’uscita” per salvarsi dalla generale apatia “ambientale” (grazie ad una atavica inerzia della classe politica locale), come il Mezzogiorno, in verità in crisi perenne. Di “cervelli in fuga” all’estero (Regno Unito, Germania e Svizzera le mete preferite di destinazione), in cerca di miglior sorte se ne parla infatti da anni; a tal riguardo poco si è fatto e poco si fa: le politiche governative in questo caso non incidono su un cambio di rotta, non modificano un trend ormai consolidato da anni.

Ed allora, oggi la laurea è ancora un buon investimento?

Se il titolo universitario va incontro alle richieste del mercato del lavoro, la risposta è sì: l’incrocio tra domanda ed offerta di lavoro è – o meglio, dovrebbe essere – una prassi consolidata delle politiche attive del lavoro messe in atto dal governo. Statisticamente, le lauree che “tirano” sono quelle tecniche, mentre le lauree scientifiche non godono di buona salute; ciò è dovuto al fatto che ci sono segmenti del mercato del lavoro, anche ad elevata qualificazione, piuttosto saturi. In alcuni casi, però, la laurea rappresenta un passepartout soprattutto per quei settori che vivono, ormai da anni, un vero boom come, ad esempio, le professioni legate all’ICT.
Ma di certo, in un mondo sempre più globalizzato, con un mercato del lavoro altrettanto globalizzato, riesce ad emergere chi ha le “carte” migliori da giocarsi: cioè non basta più la sola laurea, ma occorre sempre più qualificarsi (con un master od una specializzazione), e diventa fondamentale la padronanza di una lingua universale come l’inglese (tallonata, ormai, dal cinese). Si compete ormai su scala globale, “vince” chi raggiunge picchi di eccellenza.

Sul podio, l’area di Ingegneria (soprattutto meccanica, gestionale ed elettronica) garantisce ottimi sbocchi occupazionali (i dati parlano di livelli di occupazione superiori al 90%); le professioni sanitarie, infermieristiche ed ostetriche (con il 95% di occupati); un gradino un po’ più sotto, Ingegneria edile, Architettura e l’area delle Scienze economico – aziendali1.

Situazione critica se volgiamo lo sguardo verso l’area delle Scienze biologiche e Scienze della terra, e verso l’area umanistica (Lettere e Filosofia), dove si registrano tassi di disoccupazione superiori al 40%.

E’ certo, comunque, che con una laurea in mano ci si inserisce meglio nel mercato del lavoro, al contrario di chi ha solo il diploma di scuola media superiore. Non resta, dunque, che rimboccarsi le maniche e, per dirla con Euripide, “chi trascura di imparare nella giovinezza perde il passato ed è morto per il futuro”.

[Tutti i dati citati sono ricavati da: Rapporto Excelsior 2014 – Unioncamere; Rapporto Lavoro 2014 – Istat.]

Antonio Maria Ligresti