L’Alchimia: dalla trasmutazione dei metalli alla medicina universale

“Alchimia” deriva trismegistodall’arabo al-kīmiyā di cui si ignora l’esatta etimologia. Alcuni ritengono sia connesso al vocabolo egizio keme (“Egitto” o “terra nera”), con un riferimento al luogo di origine di questa disciplina; altri affermano invece che il termine derivi dal greco chyma, che significa “fusione, scioglimento”.

Il termine designa un insieme di procedimenti teorico-pratici che mirano alla realizzazione di due obiettivi precipui. Il primo consiste nella trasmutazione dei metalli vili in oro, il secondo nella rigenerazione psichica e spirituale dell’alchimista che, attraverso l’esercizio esteriore, assurge a essere puro e perfetto. Questa natura ambivalente della pratica alchemica trova riferimento nell’opera di Henrich Khunrath, “Amphiteatrum Sapientiae Eternae”, in cui l’autore definisce il laboratorio-oratorio quale luogo di pratica e di riflessione.

L’alchimia, che ha origini remotissime, fu in un primo momento trasmessa oralmente e, presumibilmente, a pochi iniziati: l’apprendimento delle corrispondenze segrete che operano tra i vari livelli della realtà – che scaturisce in laboratorio dalla manipolazione delle sostanze –, consente all’adepto di entrare in contatto con entità angeliche o diaboliche; pertanto il magistero alchemico deve essere svelato a chi sia in grado di farne un uso responsabile.

In Egitto, India, Cina e in Occidente l’alchimia si affermò con caratteristiche differenti. La maggior parte degli studiosi ritiene che in Egitto le discipline alchemiche si siano sviluppate in un periodo compreso tra il 200 a.C. e il 300 d.C. e che siano derivate dall’emblematica figura di Ermete Trismegisto (“tre volte grande”), autore cui la cultura medievale e rinascimentale attribuì la paternità di una serie di scritti, in greco e di contenuto filosofico-religioso, noti come “scritti ermetici”.

In India l’alchimia ebbe larga diffusione, a partire dal II secolo d.C., nell’ambito del Tantrismo buddhista e Śivaita. La Prajnāpāramitā (lett. “perfezione della saggezza”) menziona la trasmutazione della pietra in oro, a cui concorre il samādhi (lett. “concentrazione, contemplazione trascendentale”; essa consente di raggiungere uno stato di completa identificazione con la coscienza cosmica). Ma, a partire dal XIV secolo, il sapere alchemico indiano fu convertito in una sorta di farmacopea chimica.

L’alchimia cinese fin dai suoi esordi, intorno al IV-II a.C., fu intimamente connessa ai circoli taoisti.

La diffusione dell’alchimia in ambito islamico fu dovuta al principe ommayyade Khalid ibn Yazid (660-704), che fece tradurre dai saggi di corte numerosi scritti alchemici provenienti dall’Egitto. Ma il maggior esponente dell’alchimia islamica è certamente il sufi Giabir ibn Hayyam.

In Occidente l’alchimia potrebbe aver avuto origine con Stefano d’Alessandria (filosofo greco vissuto tra la seconda metà del VI e la prima del VII sec. d.C., ultimo rappresentante della scuola neoplatonica di Alessandria), o a partire dalla Sicilia post-musulmana. Le fasi di diffusione vanno dal XII e XIII secolo, periodo caratterizzato piuttosto da ricerche di laboratorio, i cui massimi esponenti furono i filosofi Ruggero Bacone, Marsilio Ficino e Raimondo Lullo.

Dopo un primo periodo di osservazione la Chiesa espresse il suo parere sull’alchimia, e lo fece con una serie di solenni condanne. La presa di posizione di Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica, gli atti capitolari che tra il 1272 e il 1373 proibiscono lo studio e la pratica dell’alchimia ai francescani e ai domenicani. Insieme alla famosa decretale Spondet quas non exhibent di Papa Giovanni XXII (1245-1334) rappresentano attacchi perentori  alla questione della trasmutazione.

L’alchimia oggi è, tra le scienze occulte, la più ispiratrice, soprattutto perché è connessa alle speculazioni sulla pietra filosofale, “la sostanza catalizzatrice dell’alchimia, capace di risanare la corruzione della materia”, e sulla medicina universale.