“Giorno della memoria”: l’olocausto visto attraverso gli occhi di Primo Levi

Oggi 27 Gennai280px-AuschwitzCampEntranceo 2015 ricorre il 70esimo anno dalla liberazione di Auschwitz, il campo di concentramento che fu una delle strutture principali del complesso realizzato dai nazisti a Oświęcim, in Polonia.

L’Italia celebra “il Giorno della memoria” per ricordare le vittime dell’olocausto.

Noi quest’anno vogliamo rievocare la Shoah attraverso quella che fu l’esperienza diretta di Primo Levi.

Nato a Torino nel 1919 da famiglia ebrea, nel 1943 entrò in contatto con un gruppo di partigiani in Val d’Aosta. Nel Dicembre dello stesso anno fu arrestato dalla milizia fascista e deportato ad Auschwitz con altri 650 ebrei.

Attraverso il suo romanzo-memoria “Se questo è un uomo”, scritto tra il 1945 ed il 1947 e diventato un classico della letteratura mondiale, Levi narrò la drammatica permanenza nel lager nazista.

Il libro non fu concepito come un “j’accuse”, ma come una rielaborazione della tremenda esperienza vissuta in quel luogo funesto.

Primo Levi fu fra i pochissimi a fare ritorno da Aushwitz e in qualità di testimone di tanto orrore sentì il dovere di raccontare.

Nel libro esordì con il racconto degli ebrei italiani deportati a Fossoli nel campo di transito, prima del trasferimento in Germania, situato nell’omonima località dell’Emilia-Romagna e allestito dagli italiani nel ’42. I deportati viaggiavano in condizioni disumane. Molti di loro soccombettero durante il viaggio.

Nei capitoli successivi l’autore descrisse le leggi del campo e spiegò come ivi regnassero, tra i prigionieri, l’angoscia e l’evidenza che la maggior parte dei vivi sarebbero morti di lì a poco.

Con dovizia di particolari Levi riportò, senza mai precipitare nel biasimo, la routine dei deportati: i supplizi, le torture fisiche e psicologiche, la denutrizione, le malattie, i lavori estenuanti. L’unico modo per sopravvivere, pose in evidenza, era quello di farsi incaricare di mansioni speciali.

Egli stesso, grazie ai suoi studi di chimica, fu deputato a svolgere mansioni di laboratorio. In seguito contrasse la scarlattina e questo lo escluse dalla “marcia della morte”, l’amara sorte verso la quale i prigionieri andarono incontro.

Levi e pochissimi altri superstiti sopravvissero, dandosi da fare per aiutare i malati scampati al brutale massacro sino a quando, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945, posero fine all’orrore del genocidio nazista.

È improbabile che il lettore non si identifichi con il protagonista, compenetrandosi idealmente e con intensità con l’atrocità della sua esperienza. Le riflessioni che scaturiscono dalla lettura lasciano attoniti, annichiliti, interdetti.

Levi volle raccontare Auschwitz con strenua chiarezza perché  “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.