Elezione Presidente della Repubblica 2015: Fassino, Chiamparino e Delrio, democratici alla riscossa

Fassino e Chiamparino

 

Il giro di valzer di ieri al Nazareno – nella sede del Pd sono andati praticamente tutti, fatta eccezione per la delegazione del M5S e per l’attesissimo Silvio Berlusconi – avrebbe prodotto un’unica certezza. Quella di indicare come futuro (e quanto più condiviso) nuovo presidente della Repubblica, il nome di un politico che si sia guadagnato, nel tempo, il consenso dei cittadini-elettori.

Non ci sarebbe, dunque, spazio per tecnici e professori che, stando al disegno che i beninformati riferiscono a Matteo Renzi, sarebbero stati, invece, le figure su cui il presidente-segretario avrebbe voluto puntare in maniera prioritaria. Di certo c’è che, in barba agli interlocutori a cui ieri Renzi ha stretto la mano, oggi il premier si incontrerà con Silvio Berlusconi a orario di pranzo. Come dire che se è vero che a tutti è stata concessa la facoltà di esprimere la propria preferenza, è altrettanto vero che è con il leader indiscusso di Forza Italia che il presidente del Consiglio vuole mettere a fuoco gli ultimi particolari. Per rendere meno fumoso l’identikit che, da giorni, viene congetturato da analisti e attori politici.

Alla vigilia delle votazioni che dovrebbero diradare le nebbie, vi lasciamo, dunque, con l’ultima carrellata di “quirinabili”. Tre esponenti del Pd che, nel “borsino” del Colle, salgono e scendono in base agli umori che vengono riferiti a Matteo Renzi. Tre democratici che, come vedremo, hanno in comune più di quanto si possa pensare e che, secondo i soliti beninformati, potrebbero realisticamente succedere a Giorgio Napolitano.

Partiamo con Piero Fassino, l’ex Pci di Avigliana diventato sindaco di Torino. Classe 1949, 1 metro e 92 centimetri di altezza per 66 chilogrammi, nonostante la sua magrezza, Fassino ha sempre pesato nei giochi interni al partito. E di partiti ne ha cambiati parecchi, transitando dal già citato Pci al Pds ai Ds (di cui è stato segretario) fino all’approdo finale, nel 2007, al Pd. Nel 1998, l’allora premier Romano Prodi lo nomina ministro del Commercio estero, incarico che gli tornerà utile molto tempo dopo quando, nel 2009, l’Unione europea lo sceglie come inviato speciale per la Birmania. Dal 2011 è sindaco di Torino e dal 2013 presidente dell’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani). Su di lui potrebbe convergere un discreto numero di grandi elettori, per quanto sul suo operato resti l’ombra di quel “Allora, abbiamo una banca?” che si lasciò (incautamente) scappare al telefono con il manager di Unipol, Giovanni Consorte.

C’è poi Sergio Chiamparino, piemontese doc anche lui, che, come Piero Fassino, è stato sia sindaco di Torino che presidente dell’Anci. Ma andiamo con ordine. Nato a Moncalieri 66 anni fa, Chiamparino è diventato capogruppo comunale del Pci a 27 anni e, dal 1989 al 1991, è stato segretario regionale della Cgil. Un sindacalista-politico che, come Fassino, ha seguito l’onda che lo ha portato prima nel Pds e poi nel Pd al cui interno ha saputo ritagliarsi, negli anni, un ruolo decisionale importante, seppure al riparo dai clamori. Nel 2001, viene eletto sindaco di Torino e nel 2006 riconfermato dai suoi concittadini. Nello stesso periodo, guida anche l’Anci mentre, dal 2012 al 2014, viene nominato presidente della Compagnia di San Paolo, una delle fondazioni bancarie più influenti del Paese. Il riconoscimento più rotondo arriva, però, nel 2014 quando viene eletto presidente della Regione Piemonte, incarico che, secondo i più audaci, potrebbe fare da rampa di lancio istituzionale favorendone l’approdo sul Colle più ambito di Roma.

E chiudiamo con Graziano Delrio, il medico endocrinologo, nato a Reggio Emilia nel 1960, che, secondo alcuni, sarebbe il presidente ideale, se non altro perché in grado di governare, dal Quirinale, gli “ormoni” impazziti della politica italiana. Con i due precedenti colleghi di partito, non condivide l’estrazione comunista. Anzi: Delrio rientra di diritto nella categoria di quei cattolici democratici che hanno sempre mantenuto una distanza di sicurezza dalle espressioni più radicali della loro parte. Il suo esordio in politica avviene, nel 1999, nelle fila del Ppi, da cui transita, due anni dopo, nella Margherita. Nel 2004 diventa, per la prima volta, sindaco di Reggio Emilia e, come Fassino e Chiamparino, scelto, di lì a poco, dai colleghi sindaci per guidare l’Anci. Ma il “grande passo” lo fa nel 2013 quando l’allora premier Enrico Letta (lo stesso a cui Matteo Renzi raccomandava di stare sereno) lo sceglie come ministro per gli Affari regionali. Da allora, non ha più smesso di frequentare Palazzo Chigi: nel 2014, infatti, Matteo Renzi lo nomina sottosegretario alla presidenza del Consiglio. In questi ultimi mesi, raccontano che sia stato proprio lui a mantenere i rapporti, con il dimissionario presidente della Repubblica, più che cordiali. E dalla sua posizione, avrebbe accumulato tanta esperienza da mettere a frutto. Magari proprio dalla poltrona lasciata vacante da Napolitano. Di certo ch’è che, se Delrio riuscisse a farcela, passerebbe alla storia come il presidente più prolifico della Repubblica italiana, con un record di 9 figli difficile da battere.