Il disastro ambientale narrato dalla voce di un velista che attraversa l’Oceano Pacifico

Disastri Ambientali
Guardare i fondali marini oggi è come osservare il mondo, la civiltà umana riflessa in uno specchio; l’immagine restituita è sudicia, sporca, disumana.

 

Ivan Macfadyen velista di Newcastle, narra del suo ultimo viaggio attraverso gli oceani, durante il quale scopre che sulle stesse rotte che aveva seguito nel corso delle sue precedenti attraversate, qualcosa è cambiato … l’oceano è cambiato. Eppure le onde continuano ad infrangersi sul suo scafo e il vento frusta le vele nella stessa maniera in cui anni prima aveva navigato da Melbourne a Osaka. Ma se qualche anno prima era bastato buttare un’esca in mare per pescare una grande quantità di pesce, durante quest’ultimo viaggio la pesca era stata quasi nulla. Lo stesso Ivan Macfadyen racconta:

“I pesci sono spariti e insieme a loro gli uccelli. Negli anni passati il volo dei gabbiani ci aveva aiutato a capire dove pescare. A volte si poggiavano sull’albero maestro per poi spiccare il volo. Li vedevi volare in lontananza. Grandi stormi volteggiare sul pelo dell’acqua in attesa del momento buono per pescare una sardina. Ma tra il mese di marzo e quello di aprile di quest’anno, solo il silenzio e la desolazione circondava la nostra barca, immersa tra le onde di un oceano spettrale”.

Pesca a Strascico
La pesca a strascico distrugge la vita negli oceani e nonostante sia vietata in tutto il mondo, continua ad essere praticata e a distruggere ecosistemi essenziali alla vita del pianeta e dell’uomo.

Il suo racconto continua narrando le circostanze del suo viaggio: “In una di quelle  mattine a nord dell’equatore, sopra la Nuova Guinea, avvistammo un grosso peschereccio, che per tutto il giorno e grazie alle luci di potentissimi riflettori, anche durante la notte, aveva fatto avanti e indietro pescando a strascico.  Il mattino seguente fummo raggiunti da un piccolo motoscafo staccatosi dalla grande barca, subito ci allarmammo perché in quelle acque non è difficile imbattersi in una ciurma di pirati, eravamo disarmati e molto spaventati. Raggiunti dal motoscafo scoprimmo che non si trattava di pirati, nel vero senso della parola. Ci offrirono vasetti di marmellata, conserve e due grandi sacchi pieni di pesce di ogni tipo; tentammo di rifiutare quei doni, rispondendo loro che in due non avremmo mai potuto mangiare tutto quel pesce, ma gli uomini risposero che loro non sapevano cosa farsene, erano solo interessati al tonno e solitamente tutto quel che pescavano veniva buttato via. Nel sentire quelle parole fui preso da un grande senso di malessere”.

Quella, racconterà poi Macfadyen, era solo una delle innumerevoli barche da pesca che facevano la stessa cosa ogni giorno, ossia: la pesca a strascico. Pescavano grandi tonnellate di pesce alla ricerca di qualche tonno buttando tutto il resto. Nessuna meraviglia se il mare era morto, se lungo quelle rotte non c’era niente da pescare. Ma questo è solo l’inizio di quello che si rivelerà un viaggio inverosimile, quasi fosse frutto della fervida immaginazione di uno scrittore post apocalittico:

Oceano Pacifico
Una distesa sconfinata di pneumatici depositata sui fondali marini.

“La seconda tappa della nostra attraversata ci conduceva da Osaka fino a San Francisco. Per la maggior parte di quel viaggio fummo accompagnati da un senso di desolazione, di orrore, di nausea e di paura. Avvistammo una balena, imponente e maestosa, rotolare sulla superficie dell’acqua con quello che sembrava un grosso tumore sulla sua testa. Fu davvero disgustoso! Durante i viaggi in mare si è abituati a vedere tartarughe, delfini, squali e grandi stormi di uccelli volare sull’acqua alla ricerca di pesce con il quale nutrirsi.  Ma questa volta, per 3000 miglia nautiche non ci fu nulla di vivo da vedere. Al posto della vita ci imbattemmo in grandi cumuli di spazzatura dai volumi sorprendenti che galleggiavano alla deriva, lì, in mezzo all’oceano! Negli anni passati, in momenti di bonaccia, avviavamo il motore e si navigava fino a ritrovare la spinta del vento, ma quella volta non fu così. Spesso non potevamo avviare il motore per paura di far impigliare l’elica nella massa di pezzi di corda e di cavi. Una situazione davvero inaudita in mezzo all’oceano! Solo in alcuni giorni, e in alcuni tratti di mare e con una ottima visuale a prua, riuscivamo ad avviare il motore sperando di non imbatterci in cumuli di spazzatura sommersi. Nelle acque in prossimità delle Hawaii i detriti si potevano vedere fino in profondità, rifiuti di tutte le dimensioni, dalla lattina di una bibita analcolica a parti di automobili e perfino interi camion.  Una ciminiera spuntava fuori dall’acqua, con una sorta di caldaia ancora attaccata sotto la superficie. Un grande container rotolava più e più volte sulle onde. Era come navigare nel bel mezzo di una gigantesca discarica dove la plastica era onnipresente. Bottiglie, sacchetti e ogni tipo di prodotto usa e getta che si possa immaginare. Al ritorno dal viaggio la vivida verniciatura gialla della barca, mai sbiadita dal sole o dal mare negli anni passati, aveva perso la sua lucentezza in un modo innaturale: al largo del Giappone la vernice aveva reagito con qualcosa di chimico che si trovava in acqua”. 

Oceano Pacifico
Più di 5.000 persone tra bambini, insegnanti e volontari formano su una spiaggia di Los Angeles un enorme squalo per protestare contro l’inquinamento degli oceani: “Difendiamo il mare”.

Oggi Ivan Macfadyen non riesce ancora a riprendersi dallo shock e dall’orrore nel ricordare l’immagine di quell’oceano. Afferma che il problema è vasto, e che né le organizzazioni  né i governi sembrano avere un particolare interesse per la cosa. Macfadyen è alla ricerca di idee, di persone, di volontari per provare a fare qualcosa per gli oceani. Il racconto si chiude con la laconica risposta di un funzionario dell’ambiente, alla proposta di Macfadyen di organizzare una flotta per andar a ripulire quell’orrore, il funzionario dice:

“Il danno ambientale derivante dalla combustione del carburante per portare a termine quel lavoro, sarebbe peggiore che lasciare tutto quel sudiciume lì dov’è.”