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Libertà di stampa: l’Italia scivola al 73° posto della classica mondiale

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Diciamolo subito: le notizie non sono buone. E non solo per l’Italia, ma per i 2/3 dei Paesi monitorati da Reporters sans frontieres che, nel 2014, hanno fatto registrare un peggioramento delle condizioni che certificano la libertà di stampa.

La classifica stilata dall’organizzazione internazionale ha passato in rassegna 180 Paesi riconfermando il primo posto (per il quinto anno consecutivo) alla Finlandia. A seguire Norvegia, Danimarca, Olanda, Svezia, Nuova Zelanda, Austria, Canada, Giamaica ed Estonia. Mentre la Germania di Frau Merkel si è posizionata poco fuori la top ten, guadagnando il 12° posto nella classifica mondiale per la libertà d’informazione.

Fin qui le note positive. Ma per quanto riguarda il sistema informativo italiano, le cose non vanno affatto bene. Il nostro Paese si è, infatti, posizionato al 73° posto, perdendo ben 24 posizioni rispetto al 2013. A determinare un tale tracollo sono stati, secondo Rsf, l’escalation di minacce pervenute a molti giornalisti (nel 2014 si sono contati 43 casi di aggressione fisica e 7 casi di incendi a macchine e abitazioni) e l’aumento del numero di denunce per diffamazione, molte delle quali risultate ingiustificate. Cause avviate, in gran numero, dai politici che hanno tentato di intimidire i giornalisti paventando lunghi e onerosi procedimenti giudiziari.

Ma le cose, come già accennato, non vanno bene anche in molte altre zone del globo. Gli Stati Uniti di Barack Obama, ad esempio, pur vantando un buon risultato (49 su 180) hanno perso tre posizioni rispetto all’anno scorso. E va molto peggio nella Russia di Vladimir Putin, scivolata di altre 4 posizioni rispetto al 2013 e attestatasi al 152° posto. Ma dove l’informazione fatica veramente a fare il proprio lavoro è in Eritrea che si conferma il Paese con la minore libertà di stampa al mondo. Al 179° posto troviamo, invece, la Corea del Nord, preceduta dal Turkmenistan (178), dalla Siria (177), dalla Cina (176) e dal Vietnam (175). Pessimi risultati anche per il Sudan (174), l’Iran (173), la Somalia (172), la Repubblica Popolare del Laos (171) e la Repubblica africana di Gibuti (170).

A mettere il “bavaglio” a sempre più operatori dell’informazione sono nemici più o meno conosciuti: dalla mafia italiana (sciaguratamente esportata in tutto il mondo) al terrorismo targato Isis e Boko Haram, fino ai cartelli della droga latino-americana, che provano con ogni mezzo di tenere i loro crimini al riparo dai resoconti della stampa.