Le politiche culturali in Sicilia: qualcosa si muove

Palazzo d'Orleans, sede della Regione SiciliaLa crescente competizione tra i territori impone nuove modalità operative, da parte degli attori istituzionali, per favorire e sostenere lo sviluppo locale. Nuova centralità acquisisce, dunque, il «contesto istituzionale», cioè quei fattori socio-culturali e politici che costituiscono il capitale sociale di una determinata realtà locale. Lo sviluppo socio-economico tende a dipendere, infatti, in larga misura dalla capacità degli attori del contesto istituzionale di rimodulare l’offerta culturale, con l’obiettivo di cogliere nuove opportunità di sviluppo connesse a ciò che il territorio esprime: i beni d’interesse storico, artistico, archeologico, architettonico, e quelli paesaggistici.

In tale contesto si inseriscono due iniziative che rientrano a pieno titolo tra le buone prassi in tema di valorizzazione del patrimonio culturale. La prima, promossa dal Comune di Catania, grazie alla lungimiranza del sindaco, il sen. Enzo Bianco, è il Coordinamento regionale dei sindaci delle città siciliane sul cui territorio ricadono siti di pregio storico, artistico, architettonico ed archeologico inseriti dall’Unesco nella “World Heritage List”, cioè nella “Lista del Patrimonio Culturale Mondiale”, di cui l’Italia detiene il maggior numero di siti. In particolare la Sicilia, poi, vanta il maggior numero di siti tutelati dall’Unesco. La World Heritage List trova fondamento giuridico nella “Convenzione Unesco per la protezione sul piano mondiale del patrimonio culturale naturale”, sottoscritta a Parigi il 16 novembre 1972, che introduce nel panorama normativo internazionale un inventario dei beni del patrimonio culturale e naturale, in pratica un elenco di beni del patrimonio culturale e del patrimonio naturale considerati di eccezionale valore universale, e per ciò da sottoporre a tutela e da valorizzare per la pubblica godibilità. E’ del 2006 la Legge n. 77, che prevede misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico ed ambientale, inseriti nella “Lista del patrimonio mondiale”, posti sotto la tutela dell’Unesco, e che introduce i “piani di gestione” come strumento operativo di intervento per assicurare la conservazione di tali siti e creare le condizioni per la loro valorizzazione. L’iniziativa prende avvio da una Dichiarazione di Intenti sottoscritta tra l’Unesco, la Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia ed i Comuni di Agrigento, Catania, Palermo, Ragusa e Siracusa, oltre ad Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Caltagirone, Castiglione di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Maletto, Militello in Val di Catania, Mascali, Milo, Nicolosi, Pedara, Piedimonte Etneo, Ragalna, Randazzo, Sant’Alfio, Santa Maria di Licodia, Trecastagni, Viagrande e Zafferana per la provincia etnea, Leni, Lipari, Malfa e Santa Marina di Salina per la provincia di Messina, Cefalù e Monreale per la provincia di Palermo, Modica, Scicli e Noto per la provincia di Ragusa, Piazza Armerina per la provincia di Enna.

La seconda è l’istituzione a Nicosia, in provincia di Enna, del primo ecomuseo siciliano, “Petra d’Asgotto”, dal nome del primo latifondo concesso in pheudum nel 1209 alla città demaniale di Nicosia dall’imperatore Federico II. Secondo quanto previsto dalla Legge Regionale 2 luglio 2014, n. 16, istitutiva degli Ecomusei, l’iniziativa, che ha visto coinvolti cittadini, associazioni ed enti del comprensorio, si prefigge la valorizzazione ed il recupero della identità culturale della comunità locale e del territorio di riferimento, caratterizzato da peculiarità storiche, architettoniche, etnoantropologiche ed ambientali.
Oggi, per la classe dirigente, la sfida da vincere consiste nel mettere in atto interventi come questi, efficaci in termini di concertazione, di sinergie, di integrazione, nell’ottica della valorizzazione delle risorse naturali e di quelle culturali. L’esperienza dimostra che dove esiste questo tipo di dinamica, e dove gli Enti Locali e le Regioni riescono ad imprimere una svolta alle politiche di governance del territorio, la comunicazione e la promozione della filiera dei beni culturali e dei beni naturalistici svolgono un ruolo fondamentale nei processi di sviluppo economico per tutte le micro e macroaree.

Di contro, per tutte quelle aree che non sono in grado di esprimere un alto grado di competitività, sostenendo i ritmi imposti dalla nuova “epoca della competizione”, e ciò in termini non solo politici ma anche culturali, sociali ed economici, ne discende un eventuale “effetto di esclusione”.

Antonio Maria Ligresti