Rimaflow: storia di una fabbrica recuperata

Rimaflow

 

Quando la crisi morde lasciando a casa i lavoratori, possono spalancarsi vari scenari. Si può chiedere aiuto alla finanza o affidarsi a imprenditori disposti a rilevare le aziende in sofferenza. O si può scegliere di prendere in mano la situazione e di investire tutto ciò che si ha (non solo in termini monetari) nella fabbrica che, per tanti anni, ti ha dato un impiego. E’ questa la scelta fatta dai lavoratori e dalle lavoratrici della ex Maflow di Trezzano sul Naviglio (Milano) che hanno dato vita a un progetto che celebra il fortunato incontro tra le attività produttive e quelle sociali.

Ma andiamo con ordine. La Maflow era una multinazionale con stabilimenti in tutto il mondo specializzata nella produzione di componentistica per auto. Nel 2009, il Tribunale di Milano ne dichiara lo stato di insolvenza riscontrando un debito di 300 milioni di euro causato da operazioni finanziarie, gestionali e amministrative definite “discutibili”. Le cose per i dipendenti di Trezzano si mettono male. L’azienda viene commissariata e si attende il salvataggio di qualche imprenditore che possa rilevarla. E’ a questo punto che entra in scena il polacco Boryszew che tenta di riavviare le produzioni della fabbrica. Con scarsi risultati: la Maflow Boryszew non decolla e solo 80 dei 240 dipendenti ritornano al lavoro. Tutti gli altri restano in cassa integrazione, ma non si danno per vinti. Anzi.

Nel 2012, viene costituita una cooperativa che dà vita alla Ri-Maflow (Ri come rinascita). Da chi? Proprio dagli ex lavoratori e lavoratrici dell’azienda che scelgono di scommettere su un settore completamente nuovo: quello del riuso e riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Un’inedita forma di autogestione ispirata alle società operaie di mutuo soccorso che in Argentina hanno aperto le porte delle fabricas recuperadas e in Francia hanno portato alla costituzione dell’Association pour l’autogestion.

“Le nostre parole d’ordine sono: reddito, lavoro, dignità, autogestione si legge sul sito della Ri-Maflow – Riappropriandoci del nostro lavoro stiamo attuando una riconversione ecologica della fabbrica. Vogliamo costruire una linea di produzione per la gestione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche obsolete. E creare una fabbrica aperta al tessuto sociale capace di catalizzare le pratiche di riuso e riciclo e promuovere la riduzione degli impatti ambientali”.

Come? Le attività promosse dai nuovi “padroni” della fabbrica di Trezzano sul Naviglio sono molteplici: si va dal mercatino alimentare avviato grazie ai rapporti annodati con i produttori locali al mercatino dell’usato. Passando per le varie attività artigianali con le quali si tenta di dare qualche chance ai disoccupati del territorio. E come ci si finanzia? Con i proventi ricavati dai concerti, dagli spettacoli teatrali e dai laboratori organizzati dalla Ri-Maflow che si è, dunque, imposta anche come soggetto culturale e sociale di riferimento.

“L’obiettivo è quello di realizzare una ‘cittadella dell’altra economia’ – si legge ancora sul sito – dove attività produttive ed attività sociali si incontrano per resistere alla crisi e promuovere iniziative in rottura con il modello economico liberista. Non crediamo di essere un modello riproducibile in ogni contesto, il sistema produttivo è talmente peculiare e l’autogestione talmente complessa che la cosa sarebbe impossibile. Quello a cui miriamo è la diffusione di un nuovo modo di intendere la produzione. Un ragionamento da declinare alle situazioni specifiche”.