Se il cuneo fiscale dimezza il salario

Cuneo fiscale

Mala tempora currunt per i lavoratori italiani i cui salari si fanno sempre più magri. A causa dell’aumento del cuneo fiscale (ovvero di tutte le imposte che gravano sul costo complessivo del lavoro) che, stando ai calcoli dell’Ocse, in Italia, ha raggiunto il 48,2%. Il dato, relativo al 2014, segna un incremento dello 0,37% rispetto all’anno precedente e si colloca ampiamente al di sopra della media dei Paesi Ocse ferma al 36%.

Ma perché la differenza tra il costo complessivo del lavoro e quello che viene messo in busta paga è così marcata? Secondo il rapporto “Taxing Wages” confezionato dall’Ocse, in Italia, l’inasprimento del cuneo fiscale è da riferire esclusivamente all’aumento delle imposte dirette e non ha, invece, nulla a che fare con l’incidenza dei contributi sociali. In pratica, Regioni e Comuni, con l’aumento dell’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche), avrebbero contribuito a “prosciugare” i salari degli italiani.

Ma c’è chi sta peggio di noi: il cuneo fiscale in Belgio si attesta al 55,6%, in Austria al 49,4%, in Germania al 49,3%, in Ungheria al 49% e in Francia al 48,4%.

“In generale – ha spiegato Maurice Nettley, l’economista che ha curato il rapporto – le tasse sui salari stanno aumentando da quattro anni. C’è stato un calo del cuneo fiscale immediatamente dopo la crisi finanziaria, perché i governi hanno ridotto le aliquote fiscali per stimolare l’economia (non è successo in Italia, ndr), ma da allora il cuneo è risalito e ora siamo ai livelli del 2008, prima della crisi”.