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Psicodramma Pd: i riformisti salvano Renzi dai big del dissenso

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Matteo Renzi

 

Il governo ha incassato ieri alla Camera la prima fiducia sull’Italicum. Un punto a favore del premier-segretario, che esce galvanizzato dal test parlamentare che avrebbe potuto “sfrattarlo” da Palazzo Chigi. Ma così non è stato. Per merito, soprattutto, di molti deputati del Pd che, per ore, si sono consumati in un amletico “la voto-non la voto”.

Alla fine ha prevalso la posizione dei “dissidenti responsabili”, ovvero di quei democratici che, pur non condividendo la scelta del governo di porre la fiducia sulla legge elettorale, si sono persuasi a votarla. Cinquanta onorevoli, aderenti alla cosiddetta Area Riformista, di cui Matteo Mauri si è fatto portavoce. Far cadere il governo del Pd sarebbe una scelta irresponsabile e autolesionista, che non possiamo condividere – hanno scritto in un documento diffuso ieri – Ma questo non ci impedisce di dire che riteniamo un grave errore aver continuamente esasperato i toni”.  “Non votare la fiducia non è una dimostrazione di coraggio – hanno rincarato i 50 dem di Area Riformista – E’ una scelta politica. E la nostra scelta è sempre, coerentemente, invece quella di migliorare i provvedimenti e costruire le condizioni del dialogo e dell’unità nel Pd. In modo ostinato”.

Le loro ragioni non hanno convinto i 38 democratici che hanno, invece, scelto di negare la fiducia al governo. Trentotto deputati tra cui spiccano nomi “eccellenti” come quelli di Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani, Rosy Bindi, Enrico Letta, Gianni Cuperlo, Roberto Speranza, Stefano Fassina, Davide Zoggia e Peppe Civati. Che ha commentato: “Quello che è successo è un punto di non ritorno dentro il Pd”. L’annuncio di un addio più volte congetturato? “Non lo so, decideremo nei prossimi giorni con gli altri colleghi”, si è smarcato l’anti-Renzi.     

 

 

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