Censis: verso l’economia apolide. Quando l’export salva l’impresa

Export

 

Si è parlato di “economia apolide” nel secondo appuntamento mensile organizzato dal Censis per riflettere sui cambiamenti della società odierna. Puntando l’accento su un’economia che, pur non disconoscendo il territorio d’insediamento originario, deve sapersi connettere con l’esterno, aiutando le imprese a “stare nel mondo”.

La discussione ha preso le mosse da una semplice osservazione: negli anni della crisi, le imprese italiane che sono riuscite a farcela, sono state soprattutto quelle che hanno venduto all’estero. Dei primi 15 gruppi industriali italiani per volume d’affari, infatti, soltanto due riescono a realizzare la maggior parte del loro fatturato in Italia, mentre i restanti 13 traggono la gran parte dei loro profitti (dal 60 all’80%) nei mercati esteri.

Quella dell’export è, dunque, una strada che sempre più imprenditori italiani hanno scelto di intraprendere, ma c’è da fare una doverosa precisazione. La maggior parte delle imprese nostrane che si sono aperte ai mercati esteri hanno determinato, dal 2007 a oggi, un valore di export di poco superiore ai 2,3 miliardi di euro. Una cifra assai bassa, correlata alle piccole dimensioni delle imprese stesse. Di contro, i grandi gruppi industriali, pur rappresentando solo lo 0,4% del totale, hanno prodotto introiti ben più rotondi, vicini ai 187 miliardi di euro.

Un altro dato interessante emerso nel corso della discussione sollecitata dal Censis è che la maggior parte delle imprese che esportano con successo si trova al Nord. Più precisamente: nella sola Lombardia, si concentra un terzo delle aziende esportatrici e del valore nazionale dell’export. E se alla Lombardia, si aggiungono il Veneto, il Piemonte e l’Emilia Romagna, si arriva addirittura ai due terzi del valore nazionale. Detto altrimenti: nel Sud del Paese, si origina solo il 9% delle esportazioni.

Ancora: stando ai dati diffusi dal Censis, dal 2007 a oggi, il numero delle multinazionali estere presenti in Italia è sceso da 14.401 a 13.328, con la conseguente riduzione del numero degli addetti, passati da 1,24 milioni e 1,19 milioni. Trend opposto, invece, per le multinazionali italiane all’estero che, nel corso degli ultimi 5 anni, sono aumentate dell’8,9%, facendo incrementare il numero della forza lavoro impiegata (+23,4%) e il loro fatturato (passato da 389 miliardi di euro a 546 miliardi).

Il mercato dove le imprese italiane hanno “sfondato” (numericamente) di più è quello romeno, dove si trovano oltre 3.230 aziende con 117.221 addetti. Ma gli affari migliori si fanno in America, dove le 2.066 imprese italiane presenti producono un fatturato che vale, da solo, il 18% del totale.