“Je suis Bossetti”: su Facebook folle merchandising per raccolta fondi

Una pagina Facebook per raccogliere fondi da destinare alla famiglia del muratore sospettato dell’omicidio della 13enne Yara Gambirasio è stata lanciata in questi giorni sul noto social network. Un gesto provocatorio, forse, ma che ha subito scatenato un vespaio di polemiche. Perché, oltre al dubbio buon gusto dell’iniziativa, vi è il certo cattivo gusto della sua applicazione. Scorrendo infatti la pagina in rete saltano fuori, come oggetti emersi dal pantano del qualunquismo, gadget semplicemente surreali se si considera da quale tragico evento sono stati ispirati. Cover per telefonini e tutine da neonati con la scritta “Je suis Bossetti” vengono messi in vendita con tanto di prezzario, nella fiera dell’indecbossettienza in cui anche un omicidio, ed un poco felice richiamo ad una strage recente, possono ritenersi concettualmente giustificati sulla base di una presunta posizione di legittimità.

Inoltrandosi nella bacheca ci si imbatte nei principi ispiratori dell’iniziativa: “Non si può restare indifferenti quando ad un cittadino italiano, colpevole o innocente che sia, vengono negati i diritti sanciti dalla Costituzione, compreso quello di difendersi adeguatamente, perché non appartiene al gotha dei benestanti e dei ricchi.” E’ su questo assunto egualitario e garantista che Kate Rosselli, fondatrice della pagina, pubblicizza le sue collane create a mano. Agnesina Pozzi, invece, è l’artefice del merchandising “Je suis Bossetti”: oltre alle cover a 35 euro e alle tutine a 40 vengono anche proposte tazze, segnalibri, grembiuli da cucina e calendari. Ce n’è per tutti i gusti. Intanto, si invitano gli aderenti alla pagina a mettere in vendita oggetti di loro proprietà così da inoltrare un versamento alla moglie del sospetto omicida. Questione di punti di vista, come ricorda ancora la fondatrice: “Non sono mai stata innocentista- rivendica con orgoglio- ma non ho neanche sete di giustizia al punto di togliere dignità alle persone.” E sul concetto di dignità, forse, sarebbe il caso di fermarsi a riflettere con la dovuta concentrazione.

 

Giuseppe Caretta