Donald Trump: un miliardario destinato a un insuccesso o l’inizio del cambiamento?

Piaccia o non piaccia, convinca o crei disappunto, nessuno ormai la smette di parlare di Donald Trump, il bizzarro miliardario americano che con la sua istrionica personalità sta sconvolgendo la dialettica elettorale degli Stati Uniti e dando voce ad un nuovo, e forse represso, universo simbolico della classe media. Da quando è entrato nell’arena politica le sue uscite hanno spesso suscitato lunghe polemiche. Una sfilza di frasi politically (un)correct alle quali, in molti casi, i suoi avversari non hanno saputo rispondere con la dovuta prontezza. Minoranze etniche, islamismo, il ruolo della rete, le donne. Tanti i temi trattati dal magnate newyorkese, che spara a zero su nemici interni ed esterni: “Probabilmente (Obama) ha una religione, e non vuole dirla– ha sentenziato parlando dell’attuale Presidente degli Stati Uniti – Se non vuole farlo è perché è musulmano. Vi dico questo: se non è nato nel nostro paese è la più grande truffa di sempre”.

Il profilo dei suoi discorsi è spesso aggressivo, tagliente. Parlando dei messicani, ad esempio, li ha apostrofati in questo modo: “Sono tutti criminali e stupratori”, mentre gli 11 milioni di clandestini con i quali l’America deve fare i conti diventano un problema che Trump consiglia di risolvere rimandando tutti al mittente: “Devono andarsene tutti- ha dichiarato- non separeremo le famiglie ma devono andarsene tutti”. Ovviamente sui temi della sicurezza e della teorica (e retorica) risoluzione dei problemi fondamentali di questi giorni (vietare l’ingresso ai musulmani è stata una delle sue ultime trovate) Trump sa benissimo di poter macinare consensi. Adesso ha in mente DonaldTrumpdi incontrare Bill Gates per discutere la sua proposta di chiudere internet e i social media colpevoli, a suo dire, di alimentare l’estremismo.

Eppure “se il fenomeno d’essere è un appello all’essere”, allora bisogna considerare il fatto che Trump possa rappresentare il lato visibile di una crisi tutta interiore del “sistema americano”. Una crisi che ha abbassato il tenore di vita di una larga fetta della classe media, che ne ha ridimensionato la sicurezza. “Quella che era stata la grande forza degli Stati Uniti- scrive Maria Grazia Buzzone in un articolo apparso su La Stampa – cioè una classe media solida, lavoratrice, fiduciosa, dove l’ascensione sociale funzionava, esempio per il mondo, non esiste più e non è una novità. Ma oggi si sta avviando per una china preoccupante alla ricerca dell’uomo forte che possa salvarla. Sta già accadendo”. Come ci ricorda più avanti, la “classe ansiosa”, che assomiglia molto a quella europea, è sempre più attratta dai partiti anti-sistema, dagli outsider che promettono qualcosa che non potrà mai accadere. Ecco perché Donald Trump piace ma, soprattutto, attira: “l’attrazione è comprensibile anche se mal riposta” scrive nel suo blog Robert Reich, ex sottosegretario al Lavoro dell’amministrazione Clinton.

E se, come ha reso noto un sondaggio del Public Policy Pollin (PPP),  il 30% degli elettori Repubblicani si dichiara favorevole a bombardare immediatamente la città di Agrabah, (luogo di ambientazione del cartone animato Disney “Aladdin”), ed il 50% degli intervistati è addirittura convinto che Agrabah sia il nome di una città reale, allora si capisce bene che la necessità di ordine è qualcosa di impellente, in quella classe media americana oggi in crisi di riconoscimento. Solo che, a sentire le voci di chi fa appello agli impulsi più immediati, si corre il rischio di trovarsi con un nulla di fatto fra le mani. Come se si volessero dare a un uomo le chiavi di un castello che non esiste, come se si volesse bombardare un posto nella realtà e poi si scoprisse che esiste solo nella nostra fantasia.

Giuseppe Caretta