Caso Pantani, dopo 17 anni la prova che dimostra la sua innocenza

33642Ci sono voluti diciassette anni, ma finalmente, è venuta a galla la verità su quanto accaduto il 5 giugno 1999, prima della penultima tappa del giro d’Italia che avrebbe consegnato il secondo successo consecutivo al pirata, Marco Pantani. Quel giorno, un esame del sangue aveva fatto riscontrare un livello dell’ematocrito decisamente troppo alto, questo dato avrebbe rivelato l’utilizzo di una sostanza dopante da parte del ciclista romagnolo, causandone la squalifica e spingendo il pirata in un tunnel depressivo che lo portò al suicidio. Pantani, prima della sua tragica fine, aveva provato in tutti modi ad invocare la sua innocenza, ma i dati scientifici erano inconfutabili e la vergogna, il disonore e la pressione mediatica lo portarono a compiere un gesto disperato.

Da quel momento in poi la sua famiglia ha cercato in tutti i modi di fare venire a galla la verità, convinta dell’innocenza dello sfortunato campione, per anni, però non è affiorato nulla di nuovo, nulla che potesse dimostrare l’innocenza di Marco, ma sulla sua squalifica e sulla sua morte erano rimasti parecchi dubbi e prove incongruenti. Qualche anno fa, il famoso criminale, Renato Vallanzasca, aveva rivelato ai giornali la sua verità sulla vicenda: un suo compagno di cella( un pezzo grosso della malavita campana), gli avrebbe confessato la verità sull’accaduto, secondo quanto disse Vallanzasca, le due provette erano state scambiate per truccare il risultato del giro, nel mezzo c’era un giro di scommesse sportive dal valore inestimabile che la camorra non si poteva permettere di perdere. Le parole del bandito, però, non furono giudicate credibili e per lungo tempo non ci sono stati altri risvolti.

Nel 2014 la Procura di Forlì  ha riaperto il caso con l’imputazione di “associazione per delinquere a frode e truffa sportiva” e l’indagine è stata affidata al procuratore Sergio Sottani. Durante le indagini, sono state ascoltate in merito decine di presone, fuori e dentro il carcere, fino a che non è stata trovata la prova regina durante un intercettazione ambientale di un affiliato al clan, dove, l’uomo risponde cinque volte “si” alla domanda se il test fosse stato realmente alterato. La procura di Forlì si vede costretta ad archiviare i reati perché caduti in prescrizione, ma la famiglia Pantani in seguito ai risvolti sta provando a vedere se ci sono dei margini legali per agire in campo sportivo e civile.

Fabio Scapellato