Strage di balene incinte nel Mar Antartico

Strage di balene nel Mar Antartico
Strage di balene nel Mar Antartico

Una vera e propria strage di balene, la maggior parte delle quali erano femmine incinte; sono i dati agghiaccianti che emeregono delle stime ufficiali dell’ultima stagione di caccia “scientifica” ai grandi cetacei del mare, per mano delle baleniere giapponesi. Una notizia che sta rapidamente rimbalzando su tutte le principali testate e i principali blog d’informazione internazionali, ma anche sulla stampa specializzata, a cominciare dal National Geographic.

Strage di balene, gli ambientalisti insorgono

Contro i dati della strage di balene incinte nel Mar Antartico si sono scagliate con forza Australia e Nuova Zelanda, minacciando di intraprendere azioni legali anche molto severe per porre fine a una mattanza tanto estesa.

La Ministra degli Esteri Julie Bishop e il Ministro per l’Ambiente Greg Hunt si sono espressi con forza su questo argomento, dichiarando fra l’altro che “non esiste nessun fondamento scientifico a giustificazione dei metodi letali con cui il Giappone porta avanti questa strage di balene.” Nel comunicato si legge anche che il governo Australiano starebbe “considerado tutte le strade per ottenere l’adesione alle sue decisioni” e valutando gli estremi “per altre azioni legali”.

Sulla scia della sdegnata protesta del governo Australiano e di quello Neozelandese è insorto anche il popolo del Web; non solo nei siti di interesse animalista o dedicati all’ecologia, ma anche sui social, la notizia delle strage di balene sta letteralmente infiammando la Rete.

La giustificazione fornita dalle autorità Giapponesi e dai ricercatori dell’Istituto Giapponese per la ricerca sui cetacei è che le uccisioni nel Mar Antartico farebbero parte di un piano di studio necessario a fini di statistica; uccidere femmine ed esemplari giovani, insomma, per capire a che età le giovani balenottere minori raggiungano la maturità sessuale e anche quale sia lo stato generale di salute della popolazione cetacea. Il  fatto che molte delle balene uccise fossero incinte e aspettassero addirittura dei gemelli, assicurano dal centro per la ricerca sui cetacei, è indice di buona salute. Sarà, ma forse sarebbe stato un indice migliore se le balene fossero ancora vive.

Strage di balene, i numeri di un massacro

Oltre 311 esemplari, 200 dei quali femmine e incinte – anche di gemelli – con il conseguente impatto sulla crescita della popolazione delle balenottere minori nel Mar Antartico. Sono queste le stime riportate dal Giappone, che hanno sconvolto e scioccato l’Australia e la Nuova Zelanda.

Ma sebbene di per sé ritratto di uno scenario agghiacciante, i numeri della strage di balene nel Mar Antartico non sorprendono, visto che già in passato il Giappone si era reso responsabile dell’abbattimento di 200-400 esemplari ogni anno.

Il Giappone è uno dei Paesi con il più elevato tasso di interessi economici nella caccia alle balene per fini commerciali. Nel 2014 la Commissione Internazionale per la caccia alle balene aveva interdetto le baleniere giapponesi dall’intraprendere la caccia ai cetacei su un piano economico, dopo che la biologa marina Leah Gerber aveva dichiarato al National Geographic come solo una minima parte di organi delle balene uccise fosse effettivamente destinata a una parvenza di ricerca scientifica, mentre “il grosso dell’animale finisce sul mercato, per uso alimentare e di consumo”. 

Un decreto, quello della Commissione Internazionale, che però non si applica all’uccisione intesa a fini scientifici; sarebbe proprio questa la motivazione con cui, dopo una pausa nella stagione venatoria 2015-2016, il Giappone avrebbe riaperto la caccia alle balene.

Strumentazione, pretesto o dato di fatto? Sarà la corte a deciderlo, in quello che si preannuncia un caso mediatico destinato a far discutere.

Cristina Pezzica