Addio al più grande: muore Muhammad Alì. Il mondo rende omaggio

Ci sono avvenimenti che sono talmente tanto eclatanti da non aver neppure bisogno di essere descritti nei particolari. Ci sono momenti nei quali tanto grande è il compito da affrontare che le parole sfuggono completamente di bocca e lasciano solo un maxresdefault (3)vago senso di spaesamento, come una fotografia mossa che non si riesca ad afferrare. Muhammad Alì è morto. Questa è l’unica frase che possa essere detta a riguardo. Non un dettaglio in più sarebbe necessario.

L’uomo nero amico dei neri, il pugile che piegò il mondo fra le sue mani di roccia e lo costrinse a guardare come viveva un emarginato. Colui che impose la sua dialettica caustica e la riversò nelle piaghe impigrite di un America puritana e razzista. Cassius Clay, prima ancora che Muhammad, scalò la vetta dello sport e da li si lanciò verso il cielo degli esseri meravigliosi, poetici. Lo ritroveremo ormai adulto e malato, in un tremolio non celato alle olimpiadi d’Atlanta del 1996, quando quelle mani che stritolarono il mondo riapparirono tremolanti in una cerimonia d’apertura dei giochi nella quale ancora, Alì, convogliò l’ammirazione della gente su di sé e sull’umile coraggio che esibiva mostrandosi a tutti malato eppur vivo, ancora uomo.

Alì che danzava come una farfalla e pungeva come un’ape, che incontrò Joe Frazier in un Madison Square Garden incredulo ed impazzito. Anno 1971: era la storia che passava sotto gli occhi di quella gente. Poi venne Manila: anno 1975. E sempre Alì, l’uomo dei misteri dello sport, il pellegrino che ovunque andasse trovava proseliti di gente ad accoglierlo e ad acclamarlo. Come l’anno prima i monelli dello Zaire: “Alì boma ye, Ali boma ye”, gli urlavano inseguendo la sua vettura che passava fra le strade polverose di Kinshasa come un padrone di casa che facesse ritorno nelle sue terre. E ovunque andasse una polemica, una sfida a quel mondo pigro: “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro..” disse quando rifiutò di servire quell’America, che l’aveva ghettizzato da sempre, per andare a sparare addosso a gente sconosciuta. Perché lui non era solo un uomo, era la voce di tanti uomini messi assieme, condensati in un unico solitario destino, concretati in uno splendido, fulgido esempio di colui che sa di essere se stesso eppure incarna lo spirito d’azione di milioni di suoi simili. Oggi è morto Muhammad Alì, oggi Alì continuerà ad esistere per sempre.

Giuseppe Caretta