Amministrative Roma: la partita tra Raggi e Giachetti? Non è solo locale

Giachetti e RaggiE’ vero: le elezioni amministrative andrebbero analizzate per quelle che sono, senza scomodare troppo valutazioni che esulano dal territorio in cui i cittadini sono chiamati ad eleggere il loro sindaco. Ma questa considerazione (sacrosanta) mal si adatta ad una città come Roma che, da sempre, fatica a scindere la politica locale da quella nazionale. Soprattutto in tempi di leadership renziana come questi, segnati da una costante “sclerotizzazione” delle divisioni tra chi sta con il premier e chi no. In quest’ottica, a noi pare che la partita romana non possa essere considerata squisitamente locale. E che essa configuri uno scontro finale che non vale solo la “presa” del Campidoglio.

Partiamo col dire che Virginia Raggi resta la favorita. Il distacco guadagnato nei confronti di Roberto Giachetti al primo turno di voto rappresenta una buona base di partenza per l’aspirante sindaco a 5 Stelle, che può fare leva anche su qualcos’altro. L’analisi dettagliata del voto romano ha svelato che la Raggi ha convinto quasi tutti i romani, fatta eccezione per quelli che risiedono nei primi due municipi che hanno, invece, premiato Giachetti. Il candidato democratico ha, infatti, vinto al centro storico, ai Parioli, a San Lorenzo e al Salario; ma è rimasto indietro in tutti gli altri municipi. Una situazione inedita, che ha certificato l’allontanamento del tradizionale elettorato di sinistra (quello che, per usare una dicitura anacronistica, potremmo definire proletario) dal Pd a trazione renziana. Che è riuscito a convincere la “Roma bene”, ma non le periferie.

E veniamo ad un’altra considerazione. Se è vero – come in circostanze del genere si va salmodiando da sempre – che il ballottaggio azzera i risultati del primo turno segnando l’inizio di un secondo round dai risvolti imprevedibili, quante chance ha concretamente Roberto Giachetti di riguadagnare il terreno perso arrivando ad indossare la fascia tricolore? Tante quante sono le possibilità di far convogliare su di sé i voti che i romani hanno dato, domenica scorsa, ai candidati rimasti fuori dalla competizione finale. Ed è qui che le dinamiche della politica nazionale sembrano destinate ad esercitare un’influenza pesante sul match capitolino. Perché gli elettori che hanno votato Giorgia Meloni difficilmente sceglieranno di “dirottare” le loro preferenze verso il candidato renziano. Gli “ordini di scuderia” sono stati chiari: alla voce di Matteo Salvini – che ha ribadito di considerare Matteo Renzi il suo unico nemico politico – si è aggiunta quella di Renato Brunetta indirizzata ai sostenitori della prima ora di Alfio Marchini. Il risultato finale? L’elettorato romano di centrodestra o sceglierà di astenersi o, su indicazione dei leader nazionali, “punirà” l’espressione locale del renzismo imperante.

Per non parlare della percentuale di votanti (poco meno del 5%) che ha scelto Stefano Fassina al primo turno. La rinomata idiosincrasia con il presidente del Consiglio non lascia spazio a dubbio alcuno: chi domenica scorsa si è recato alle urne per mettere una croce sul nome dell’ex viceministro all’Economia (quello che Matteo Renzi apostrofò con un un pungentissimo “Fassina, chi?”) difficilmente si persuaderà dell’opportunità di tornare al seggio per premiare Roberto Giachetti. Gli umori che aleggiano intorno a Palazzo Chigi rischiano, insomma, di condizionare fortemente l’esito del match capitolino.

Maria Saporito