Ilenya Silvestri dalle intercettazioni cafone al processo ‘duro’. Quando la bellezza non paga

Ilenya Silvestri a mareE’ stato Franco Bechis, vicedirettore di ‘Libero’, il primo a parlarne. Si tratta di una vicenda in cui il sessismo la fa da padrona e in cui una ragazza – la cui unica colpa è quella di essere discretamente appariscente – è stata trattata in maniera poco consona da tutto l’apparato giudiziario (nonostante fosse coinvolta come testimone, e non come imputata).

La ragazza – Ilenya Silvestri, capitolina – era stata assunta presso la Coop 29 giugno di Salvatore Buzzi, con un contratto a tempo determinato come operatrice ecologica. Il rapporto di lavoro è finito dopo pochi mesi ma nonostante ciò la ragazza è rimasta coinvolta nell’inchiesta di Mafia Capitale a causa di questa esperienza lavorativa.

Il patrigno, Maurizio Mattei (a suo tempo consigliere municipale della lista civica dell’allora sindaco Ignazio Marino), si era mosso per farla lavorare e così, tramite diverse intercessioni, la Silvestri s’è trovata a lavorare per Buzzi, tra i principali imputati per Mafia Capitale.

E proprio Buzzi, in un’intercettazione, ha parlato della ragazza. In una maniera poi non troppo lusinghiera:

“Allora, abbiamo preso a lavora’ alla raccolta differenziata una fica da paura! Uno e settanta, du’ zinne! Bellissima, ventisei anni. A me me l’hanno segnalata… un politico, bisognava farla lavora’, allora è venuta in cooperativa e le ho detto: ‘guarda noi facciamo tutte ste’ cose, che te piacerebbe fa’?’. Dice: ‘E a me piacerebbe… i rifiuti’ ho detto: ‘guarda che lì c’ho centocinquanta maschi assatanati’ (ridono) ‘E non mi fanno paura’. Ho detto: ‘e va be’, te ce mandamo. E ho detto: ‘guarda devi andà cambiata che non c’è lo spogliatoio’… ‘Così faccio prima.’ Guarda che è carina, micidiale…”.

E così la Silvestri si è ritrovata coinvolta in una vicenda molto più grande di lei, ed è stata sentita dai magistrati. In questo contesto – come riferito dal vicedirettore di ‘Libero’ – il trattamento riservatole non è stato dei migliori.

Appena seduta, ha iniziato a interrogarla il presidente della giuria, il giudice Rosanna Iannello (che sta conducendo il processo con grande equilibrio). Domanda di rito: “Come si chiama?”. E il teste, con evidente accento romanesco: “Silvestri Ilenya…”. Subito interrotta dalla Iannello: “Dovrebbe evitare di masticare gomma americana, visto che non siamo allo stadio. Sta in un’aula di giustizia, e quindi tiene un comportamento consono al luogo in cui si trova. Grazie”. Via la gomma, e testimonianza subito in salita. […] Piuttosto curioso l’interrogatorio, poi. Un avvocato delle varie difese le ha chiesto: “con chi ha materialmente firmato il contratto di assunzione?”. E lei: “mah, in cooperativa, ma non so come si chiamasse. Era una segretaria che me l’ha fatto firmare”. Domanda dell’avvocato: “Sesso femminile?”. Segno dei tempi un po’ confusi del dopo Cirinnà: prima di quella legge avremmo sempre pensato che “una segretaria”, fosse certamente di sesso femminile. Oggi bisogna specificare.

E così, oltre al danno delle intercettazioni non proprio elegantissime, la beffa di un processo complicato da gestire (quantomeno a livello emotivo, per un ‘occhio di riguardo’ non richiesto). Perché a volte la bellezza non paga.