Strage di Dacca, le testimonianze degli italiani sopravvissuti alla mattanza

A qualche ora di distanza dalla tremenda strage perpetrata a Dacca, all’Holey Artisan Bakery, dall’ISIS, prendono voce e coraggio i sopravvissuti al massacro. Come Jacopo Bioni, veronese di 34 anni che vive in Bangladesh da gennaio. Lui è chef e gelataio, lavorava come cuoco nel locale colpito. Si è salvato la sera della strage, con lo chef argentino Diego Rossini, salendo sul tetto del locale e scappando verso palazzi vicini.

“Stavo lavorando in cucina quando è arrivato un gruppo di amici italiani, tutti nel campo dell’abbigliamento, clienti abituali del ristorante. Tra loro anche la signora Adele, una donna speciale. Doveva tornare in Italia oggi. Credo siano tutti morti” sostiene amareggiato Jacopo. Parla di come è fuggito: “Sono andato a parlare con loro e mi hanno chiesto una pasta speciale all’italiana, così mi sono avviato verso la cucina”.

“Allora ho sentito urla e spari e mentre provavo a uscire ho visto un ragazzo con un’arma automatica che si avvicinava al tavolo degli italiani. Sono scappato insieme a Diego e altri colleghi nella direzione opposta dal retro della cucina dove si trova una scala che va sul tetto al secondo piano. Poi hanno iniziato a sparare nella nostra direzione, a lanciare granate e allora ci siamo lanciati sotto”.

Racconta Rossini, il cuoco argentino: “Ho trascorso circa tre ore nascosto in diverse parti. La maggior parte di quelli che erano con me è stato salvato. Alla fine hanno aperto la porta. Non c’era riparo se non dove ero io, in cima a un serbatoio di acqua. Se mi avessero cercato mi avrebbero trovato, ho sentito colpi nelle vicinanze, l’esplosione di una granata. Ho saltato dall’altezza di quattro metri. Ho cercato di afferrare un albero, ma sono caduto e rimasto bloccato in un corridoio vicino”. Poi la polizia l’ha visto e salvato. Rossini conclude dicendo: “Sapevo che prima o poi sarebbe successo e per questo avevo già pianificato la mia fuga. Sarei salito sul tetto e poi sarei saltato giù. Così mi sarei salvato”.

Mariagrazia Roversi