Cina, condannati a morte come “fabbriche” di organi: lo scandalo silenzioso

Di organi c’è sempre bisogno, questo è poco ma sicuro. Soprattutto in Cina, dove la popolazione tocca il tetto di un miliardo e mezzo di persone. Quale soluzione a fronte della carenza di organi umani? Semplice, si ammazzano prigionieri condannati a morte e si prendono da loro. Una tesi scioccante nella sua semplicità basilare, ma che potrebbe essere più vera che mai, come denunciato dallo studio “Bloody Harvest” condotto in Cina e pubblicato nel 2007, ma oggi aggiornato.

cinaSecondo lo studio fra i 60mila ed i 100mila prigionieri all’anno vengono uccisi per prendere loro gli organi. Dal 2000 ad oggi, si tratta di un milione e mezzo di persone. Nel 2005, dopo anni di negazione, il vice-ministro della sanità Huang Jiefu ha detto all’ONU: “E’ vero, gli organi per i trapianti vengono in buona parte dai condannati a morte delle nostre prigioni. Questo sistema è immorale, non sostenibile e nei prossimi anni cambieremo”. Cambieranno.

Ma nonostante il partito comunista cinese abbia ufficialmente sostenuto che la pratica era stata abolita (il che altro non è che ammissione che essa fosse realmente esistita) il trucco c’è lo stesso: i prigionieri sono considerati cittadini e quindi possono scegliere “volontariamente” di donare gli organi. Di fatto, nulla è cambiato.
Non a caso l’ex segretario di Stato del Canada, David Kilgour, assieme all’avvocato che si occupa di diritti umani David Matas e ad un giornalista, Ethan Gutmann, ha sostenuto che “il partito comunista cinese ha impegnato lo Stato in un omicidio di massa“.

Mariagrazia Roversi