Procedure di infrazione: il conto salato pagato all’Europa

procedure di infarzioneDalla famiglia alla scuola passando per il lavoro: la nostra vita è scandita da regole da rispettare. Stesso discorso per gli Stati dell’Unione Europea che devono attenersi ad un “codice comportamentale” stabilito in sede collegiale. E se non lo fanno? Scattano per loro le procedure di infrazione che possono costare molto care. Lo sappiamo bene noi italiani che, dal 1952 al 2015, abbiamo collezionato il maggior numero di inadempimenti di tutto il Continente (642), arrivando a sborsare cifre da capogiro che superano i 180 milioni di euro. Perché? Perché non ci siamo allineati, per tempo, alle direttive europee o, più sfacciatamente, non ne abbiamo tenuto minimamente conto. A fornire uno scatto dettagliato della situazione è l’ultimo studio confezionato da OpenPolis.

Tutto parte con una lettera di “segnalazione” (o di messa in mora) con la quale Bruxelles fa sapere al tale Stato che il suo comportamento non è conforme alle direttive europee. Lo Stato ha due mesi per rispondere alla missiva e, se la situazione non viene risolta in questa prima fase, si procede con la seconda che prevede la presentazione – da parte della Commissione europea – di un ricorso per inadempimento alla Corte di Giustizia Europea. I dati forniti da OpenPolis certificano un calo delle procedure di infrazione: nel 2014 (ultimo anno disponibile), in tutta l’Unione Europea, se ne sono aperte 1.347, poco più delle 1.300 dell’anno precedente. Ma rispetto al 2010 – anno in cui gli inadempimenti hanno raggiunto le 2.100 unità – la flessione è stata significativa. Il 23,9% di tutte le procedure avviate in Europa ha riguardato l’ambiente, il 16,5% la mobilità e i trasporti e il 12% i mercati interni dei vari Stati.

Ma quali sono i Paesi più inadempienti? In cima alla classifica del 2014 troviamo la Grecia e l’Italia (con 89 procedure di infrazione aperte), seguite dalla Spagna che si è fermata a 86. Tutt’altri numeri per la Croazia, l’Estonia e Malta, che contano rispettivamente solo 10, 16 e 18 procedure a loro carico. Il Bel Paese figura, insomma, tra gli “ultimi delle classe” ovvero tra quegli Stati che faticano, più degli altri, a conformarsi alle regole comunitarie e a tenere la barra dritta. Per quanto le cose sembra stiano iniziando a migliorare. Le procedure aperte contro l’Italia, nel 2016, sono state 82 e 89 quelle registrate nel 2015 e nel 2014. Non poche, ma sicuramente in calo rispetto alle 135 contate nel 2011 (l’anno del picco assoluto). E se vi state chiedendo in cosa il nostro Paese “sgarra” di più, sappiate che il 18,29% degli inadempimenti riguarda l’ambiente e il 9,75% gli affari interni.

E veniamo alla nota più dolente: quanto sono costate tutte queste procedure di infrazione al nostro Paese? Il costo è stato – e continua ad essere – salatissimo. Partiamo col dire che l’Italia è il Paese europeo che, nel tempo (dal 1952 al 2015), ha collezionato il maggior numero di ricorsi alla Corte di Giustizia Europea (642). Che, nella maggior parte dei casi, ha comminato sanzioni economiche pesanti. Nel dettaglio: il mancato rispetto delle normative europee su discariche e rifiuti ci è costato finora 79 milioni e 800 mila euro, l’irregolarità di certi contratti di formazione 53 milioni di euro, gli inadempimenti relativi ad alcune imprese che operano a Venezia e a Chioggia 30 milioni di euro e la cattiva gestione dell’emergenza rifiuti in Campania 20 milioni di euro. Per un totale di 182 milioni e 800 mila euro che contribuiscono a minare la tenuta economica del nostro Paese.

Maria Saporito