Cesare Pavese: ricordo d’un poeta dal cuore fragile

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Esattamente 108 anni fa nasceva, nel paese di Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, uno degli scrittori ed intellettuali italiani più significativi del XX secolo.

Di lui si conservano innumerevoli poesie dalla sensibilissima penna, molteplici romanzi di differente intensità, cesare-pavese-santo-stefano-belbotematica e pathos. Di lui, più che di altri, si conserva il ricordo di una personalità fragile e granitica ad un tempo solo,  marchio ed effige, non solo dei predestinati alla grandezza, ma anche di coloro che per una vita intera si son spesi in favore di una delicatezza d’animo che forse, a posteriori, potremmo definire la condanna ad un sociale fallimento.

Perchè Cesare Pavese arrivò a possedere fama, riconoscimenti pubblici ed un indiscusso, quanto chiacchierato, talento letterario. Eppure, all’apice della sua lunga carriera di romanziere, quando gli venne affidata la gestione della sede romana della Einaudi, nel 1945, e da Torino si spostò nella Capitale, l’uomo Pavese annotava sulle pagine del suo diario: «Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritte poesie belle, scoperta una nuova forma che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?»

Dialoghi con Leucò, La casa in collina, Il mestiere di vivere, Lavorare stanca; opere nelle quali lo scrittore lasciò la traccia indimenticabile della sua personalità profonda e del suo eterno, ed irrisolvibile, male di vivere. Le donne con le quali tentò più volte di convolare a nozze, la bellissima Constance Dowling che lo rifiutò dandogli forse l’ultima, insuperabile, delusione amorosa. E poi il tormento dell’impegno politico, la sua continua contraddizione fra l’intellettuale che ha mancato di partecipare attivamente alla guerra partigiana per la liberazione dal nazifascismo e l’impegno umano, mentale, morale, speso in favore dell’impegno politico vissuto sovente come una vera e propria forza soverchiante: “Mi sono impegnato nella responsabilità politica che mi schiaccia.” Annota ancora nel suo diario il 20 maggio 1950.

E’ tardi, quando scrive queste righe, troppo tardi anche per godere dei fasti giunti dalla vittoria del premio Strega, un mese più tardi, con il romanzo La bella estate. Quella platea di amici, di colleghi, di intellettuali che si affannano a fare “discorsi d’intrighi dappertutto”, e che dovevano essere “quelli che ti stanno più a cuore”, ormai non sono che uno spaccato amaro su di una sconfitta personale che non tarderà a travolgerlo con tutta la sua indomabile depressione. Non restano più che una mole impressionante di traduzioni d’autori anglofoni, nel lungo iter della sua carriera. Faulkner, Dos Passos, Joyce, Defoe, Dickens. E poi tante poesie, è ancora il caso di dirlo, tra le quali spicca un titolo struggente e bellissimo: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Occhi lontani, forse, occhi non sufficienti a colmare un vuoto che lo porterà, il 27 agosto 1950, a porre fine alla sua vita nella stanza dell’albergo Roma in Piazza Carlo Felice a Torino, la sua cara, amica e sempre presente città. “Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”, lascerà scritto in un foglietto nel quale i suoi ultimi pensieri sono annotati come sciatterie. Nessuno, più di lui, seppe cogliere il dolore intimistico d’una vita combattuta sulla soglia dell’inutilità. A lui, non solo l’Italia, deve la testimonianza d’un uomo vissuto con coraggio e solitudine.

Cesare Pavese: Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950

Scrittore, poeta, traduttore, saggista e critico letterario.

 

Giuseppe Caretta