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Usa 2016, terzo confronto tra Clinton e Trump: vince Hillary ma il magnate resiste

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Si è concluso anche il terzo ed ultimo atto di quella che si presenta come una sfida dai contorni sempre più precisi ma che, in questo suo progressivo definirsi, lascia comunque un amaro in bocca difficilmente raggirabile.

Perchè Hillary Clinton appare adesso la contromisura necessaria all’insediamento del magnate newyorkese Donald Trump, eppure parte dell’elettorato americano, quello che non vorrebbe il tycoon alla guida della nazione, è lo stesso che era mosso da un senso di rifiuto dell’attuale establishment politico, che la Clinton rappresenta. Per questa ragione, all’inizio delle primarie, Bernie Sanders e gli altri candidati rappresentavano una valida alternativa allo status quo, mentre oggi, messo nel cassetto l’ultimo confronto diretto prima del voto del prossimo novembre, si tirano un pò le somme e si cerca di capire da quale parte, in definitiva, si trovi il candidato meno pericoloso.

La Clinton è uscita sicuramente vincitrice dal dibattito svoltosi sul palco dell’Università del Nevada, a Las Vegas. Il colpo del know out le è arrivato dal fianco scoperto lasciatole da Trump quando, ammutolendo l’uditorio, ha confessato la sua riserva sull’esito del voto, tacciato di probabili brogli: “Non so- ha detto il magnate- lascio la suspense. Deciderò al momento.”

Ecco quindi l’affondo della Clinton: “Donald denigra la democrazia americana, è il candidato più pericoloso che ci sia mai stato.” Dopo aver preparato gli elettori psicologicamente la scorsa settimana, dichiarando di essere l’ultimo ostacolo che separa gli americani dall’Apocalisse, la Clinton chiude così il cerchio e si assicura un buona dose di credibilità a confronto con lo stile dozzinale del suo avversario.

Trump attacca la Cina, gli immigrati, e la Clinton gli risponde per le rime: “Hai costruito la Trump Tower con lavoratori illegali e acciaio cinese.” Sisifo non avrebbe faticato di più. Eppure a termine del dibattito, la Cnn afferma che la vittoria della Clinton è più risicata rispetto ai primi due incontri. Le mille vite di Trump non finiscono dunque in una sconfitta sul piano dialettico. Lui è un tipo nuovo di candidato, il suo appeal non nasce dalla testa, non si esaurisce in una sconfitta verbale. E’ bene non dimenticarlo mai.

G.c.