Facebook e Twitter nella bufera: “Hanno aiutato Trump a vincere”

DEM 2016 ClintonE’ forse una polemica un pò perniciosa, quella che sta montando in queste ore negli Stati Uniti e che vede al coinvolti Facebook, Twitter e Reddit, i tre maggiori social network del Paese. Eppure essa è un pò rivelatrice degli umori, e delle nevrosi, che attraversano in queste ore l’America, sconvolta ed innervosita dalla vittoria elettorale del magnate.

Perchè se fino allo scorso anno Zuckerberg e soci erano stati accusati di compiere una sorta di “partigianeria” in favore dei democratici, nel terzo giorno dell’era Trump oggi quegli stessi protagonisti vengono additati come sobillatori, o quantomeno spettatori passivi, della disinformazione populista che ha portato il tycoon sulla soglia della Casa Bianca. Nessun filtro alla disinformazione circolata sui social, questa l’accusa, nessuna “censura” delle immagini che vedevano la Clinton ritratta come un demonio, che la dipingevano come complice delle peggiori teorie cospirazionistiche dietro le quali si agiterebbero massoni, elite sioniste e vari scenari fantapolitici.

E proprio il fondatore di Facebook prende parola per difendere il suo operato e quello della sua azienda: “E’ folle pensare che la gente abbia votato in base a notizie false circolate su Facebook”, ha dichiarato alla stampa. Comunque vadano le cose, d’ora in poi lo scenario sarà differente anche per quei piccoli geni multimiliardari che, dalla Silicon Valley, stanno plasmando il modo di comunicare del pianeta. Il neo presidente non ha mai nascosto la sua stizza nei confronti di quella fetta di mercato del lavoro, moderna e estremamente duttile, che a suo modo di vedere è corresponsabile di portare il lavoro fuori dagli Stati Uniti. Oltre a ciò, la maggior parte di coloro che ne formano il tessuto sociale rappresentano quasi integralmente il prototipo di individui che Trump non ha mai nascosto di avere in uggia: asiatici, europei, arabi, africani. Tutti cervelli brillanti al soldo delle possibilità offerta loro da un’economia globalmente interconnessa, mentre il magnate ha offerto all’America sfibrata una cartolina posticcia di un Paese che ritorna a lavorare nell’industria pesante, con acciaierie e fonderie in pieno scintillio produttivo.

Per il momento l’unico in stato di grazia pare essere Peter Thiel, il fondatore di PayPal, che non ha mai nascosto la sua simpatia per l’eccentrico magnate e che oggi, come sempre quando un ciclo storico si apre ed un altro se ne chiude, sale sul carro dei vincitori e si toglie lo sfizio di essere stato l’unico lungimirante nel perimetro di tutta la Silicon Valley, quella stessa Silicon Valley che ieri gli aveva voltato le spalle e che oggi, a scrutinio terminato, si rimette in ordine nell’attesa di capire quali saranno i prossimi passi del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump.

Giuseppe Caretta