30 Novembre 2016: si venera Sant’Andrea Apostolo

Il 30 Novembre tutte le Chiese che ammettono il culto dei Santi festeggiano Sant’Andrea Apostolo.

Nato a Bethsaida di Galilea nel 6 a.C., nella tradizione ortodossa è detto Protocletos, “il Primo chiamato”, nel senso che fu il primo tra i discepoli di Giovanni il Battista a essere chiamato da Gesù presso il Giordano.

Nel Nuovo Testamento si afferma che Andrea faceva di mestiere il pescatore, proprio come suo fratello l’Apostolo Simone, detto Pietro.

Nel Vangelo di Giovanni, Andrea era stato il primo a riconoscere in Gesù il Messia, facendolo poi conoscere al fratello.

Eusebio di Cesarea riporta dei numerosi viaggi compiuti dall’Apostolo Andrea in Asia Minore e Russia meridionale (è il santo patrono di Russia e Romania), sostenendo sia stato il fondatore della sede episcopale di Bisanzio, che in seguito divenne il Patriarcato di Costantinopoli.

Morì martire a Patrasso – di cui oggi è il protettore -, nel 60 d.C.

Nei testi apocrifi – gli Atti di Andrea e il Vangelo di Andrea-, è scritto che Andrea fu legato su una croce latina, anche se la tradizione vuole che sia stato crocifisso su una croce decussata, ovvero a forma di ‘X’, nota per l’appunto come “Croce di Sant’Andrea”.

Fu egli stesso a disporre che la croce non avesse le stesse fattezze di quella del suo Maestro, giacché neppure nel martirio avrebbe osato eguagliarlo.

Nel 357 le reliquie del Santo furono trasportate a Costantinopoli; ma la testa rimase a Patrasso.

Nel 1206, durante la Quarta Crociata, il legato pontificio cardinale Capuano fece traslare le reliquie nel Duomo di Amalfi.

Quando nel 1460 i Turchi ottomani invasero la Grecia, la testa del martire fu portata a Roma e successivamente, nel 1467, restituita alla Chiesa di Patrasso.

Altre reliquie attribuite a Sant’Andrea si trovano in Scozia, Polonia, e in Italia, nella chiesa di San Nicola a Gesualdo, in provincia di Avellino.

Qui si trova un osso donato dalla badessa del Goleto Eleonora Gesualdo quando, alla fine del Cinquecento, si trasferì presso il fratello, il principe Carlo Gesualdo.

In occasione della ricorrenza nel noto comune irpino, dall’Ottocento, è tradizione accendere in strada e nelle campagne dei falò chiamati “vambalèrie”, rievocando l’abbattimento del tiglio collocato nella piazza principale del paese, oggi piazza Umberto I, il cui legno fu in parte arso, in parte impiegato per realizzare il simulacro del santo che tuttora è conservato nella chiesa madre assieme alla presunta reliquia.

MDM