Siria, donna si suicida per non essere stuprata. Pubblicata lettera d’addio

nuovi-raid-su-raqqa-in-siria-almeno-39-morti-orig_mainNella tragedia siriana, li dove uomini e donne non sono soltanto parole ma esseri viventi incastrati in un massacro, non c’è più una linea che divida la vita dalla morte, la giustizia dalla miseria. E così, in qualità di testimoni distratti, veniamo spesso investiti da una pioggerellina di informazioni scarne dietro le quali, come maschere su di un proscenio buio, i contorni concreti di questi esseri umani sfigurano, si distorcono e scompaiono.

Nel calderone dell’informazione globale e delle immagini a ciclo continuo dei mezzi di comunicazione, ogni dramma personale si ritrova incastrato nella contraddizione di essere immortalato ed effimero in egual misura. Così passano nella mente di tutti gli appelli dei bambini siriani per essere salvati dallo sterminio, il loro farsi fotografare con cartelli che rimandavano ai “Pokemon” proprio mentre in occidente scoppiava la mania per la caccia ai mostriciattoli virtuali. Le catene umane fatte dai cittadini di Madayla per salvarli da un assedio che li aveva ridotti alla fame, le foto di vecchi, donne, giovani, tutti feriti, smaciullati, marciti, gonfi di morte. Nulla. Non c’è nulla che ripaghi la distanza tra l’agiatezza di chi legge la notizia e la rapina subita da chi la notizia la vive, e suo malgrado la crea. E così, oggi, un altro caso fra quelle decine di migliaia arriva sulle pagine dei nostri giornali e ci accompagna per il tempo di un caffè. Si tratta di una donna siriana che ha deciso di togliersi la vita. Una ribelle, vicina a quegli uomini che il regime di Assad bombarda da quasi 5 anni. Una di quelle che aveva deciso di non fuggire. E’ andata anche lei, ma in maniera diversa. Fuggire e morire sono atti che si intrecciano vicendevolmente e confondono le loro nature. La Siria, da lontano, pare essere anche questo.

E così la sua lettera di commiato diventa un altro caso di disperazione da esibire, nella speranza che qualcuna delle sue parole arrivi alle orecchie degli uomini e contribuisca a sviluppare una coscienza del grado di violenza raggiunto in quello che, una volta, era uno Stato dalla fisionomia quantomeno riconoscibile. Oggi è un inferno in terra, stando alle parole di questa donna che ha alzato bandiera bianca.

Ecco quindi la sua lettera, così come pubblicata dall’operatore umanitario Abdullateef Khaled:

 

” Sono uno delle donne di Aleppo che presto saranno stuprate in pochi istanti.. Non ci sono altre armi o uomini che possano mettersi tra noi e gli animali che stanno per venire chiamati “esercito del Paese”.
Non voglio niente da te.. Io non voglio nemmeno la tua supplica… dato che sono ancora in grado di parlare penso che la mia supplica sarà più veritiera di quello che dici!
Sto commettendo un suicidio.. e non mi importa se tu dici che sono nel fuoco dell’inferno!
Mi sto suicidando, perché in tutti questi anni in cui sono rimasta ferma nella casa del mio defunto padre il suo cuore è bruciato, quando ha visto tutti quelli che hanno lasciato Aleppo..
Sto commettendo un suicidio non perchè sia privo di ragioni, ma perché non voglio che diversi membri del regime di Assad godano del mio stupro mentre solo ieri avevano paura di pronunciare la parola “Aleppo”.
Mi sto suicidando perche ‘ il giorno della resurrezione ha avuto luogo in Aleppo e non credo che le fiamme dell’inferno sarà peggio di questo..
Sto commettendo un suicidio e so tutto di voi, unitevi al mio ingresso nella fornace e quella sarà l’unica cosa che vi unirà: il suicidio di una donna. Non tua madre o tua sorella o tua moglie… ma una donna della quale non sei per nulla preoccupato.
Concludo dicendo che le tue fatawa (sentenze) hanno smesso di avere per me alcun significato, quindi risparmiale per te e la tua famiglia..
Sto commettendo un suicidio..
E quando leggerai questa lettera sappi che sono morta pura, nonostante tutti.”

 

Giuseppe Caretta