Udine: trentenne si suicida e lascia una lunga lettera di denuncia alla società

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:46

I motivi del suicidio di Michele, trentenne friulano disoccupato, sono legati alla realtà odierna, alla difficoltà di trovare lavoro, ma anche a quella di adattarsi ad un mondo sempre più superficiale e indirizzato alla vuota produttività piuttosto che all’esaltazione del singolo e del talento. La sua morte ha distrutto i genitori che per rispettare le ultime volontà del figlio hanno deciso di pubblicare la sua lettera di denuncia alla società, perché come ha scritto Michele: “Non posso far pesare la mia presenza, ma la mia assenza sì“.

La lettera di Michele comincia parlando dello stato d’animo che lo ha indotto a compiere un atto irreparabile: “Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata”.

Michele era schiacciato da una realtà, che tutti condividiamo, senza sbocco, senza gratificazioni né soddisfazioni, ma non si è trattato solo di una reazione alla difficile situazione lavorativa italiana, il suo disagio aveva basi più profonde che si fondavano sull’inconciliabilità con i coetanei e con il mondo circostante: “Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia”.

L’unicità di un singolo dovrebbe essere uno plus, ma nella società di oggi è solo un deterrente, così, questo giovane ha deciso che non c’era posto per lui in questo mondo e ha preso una decisione definitiva. Tutto questo dovrebbe fare riflettere, questo è il desiderio espresso dal suicida e dai genitori, non tanto sulla situazione lavorativa ma su come aiutare chi in questa sviluppa stati di depressione profonda  che, se sottovalutati, può decidere di non lottare più.

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