‘Macbeth – Una magaria’, successo di pubblico. Ma la leggerezza dov’è?

Amleto, atto 3° scena 2^.
Le parole che Shakespeare mette in bocca al giovane principe – “Speak the speech, I pray you, as I pronounced it to you, trippingly on the tongue […]” – rappresentano un manifesto dell’attore chiamato ad interpretare i testi del Bardo. Da questo momento in poi Sir William è sicuro che tutti avranno cura di mettere in pratica le sue indicazioni.
Tutti meno qualcuno. E’ passato tanto tempo dal messaggio e così, nel 2017, la tragedia scozzese, già di per sé gotica e truculenta, anche se composta prima dell’affermarsi del genere, sembra diventare pretesto per smentire e andare contro tutte le caratteristiche di stile che Italo Calvino individuava per la letteratura – e più in generale l’arte – del terzo millennio.
Prima fra tutte la leggerezza. Urla epicistiche, movimenti drammatici esasperati e ripetuti fino a suscitare il sorriso, costanti superamenti della famigerata strasberghiana linea rossa, fanno perdere di vista allo spettatore i temi importanti che Macbeth affronta: la tragedia del potere, la sua sete inesauribile e la sua corruzione eterna. Ancora: i suoi intrighi e i suoi tradimenti. La Scozia e la sua storia di battaglie e duelli campali diventa terra di sortilegi e riti stregoneschi del profondo sud dell’Italia. Per carità, tutto di grande suggestione: ma Shakespeare dov’era? Provava a venire fuori fra le pieghe di una recitazione quasi tutta omologata ai modi del protagonista. Il quale, a sua volta, pareva ispirato a Carmelo Bene ed all’uso geniale della voce dell’artista scomparso. Anche se, in certi momenti di puro tecnicismo, sembrava più di sentire la voce cangiante di un noto allenatore italiano di calcio.
Grande fatica di tutti gli interpreti e, a parte qualche defezione in corso d’opera, apprezzamenti del pubblico numeroso. Nota, quest’ultima, che fa ben sperare per il futuro del glorioso Teatro Stabile di Catania.

FD