Usa: ingresso negato alla band italiana Soviet Soviet, ‘sono clandestini’

Bloccati al loro arrivo negli Stati Uniti, interrogati ed incarcerati senza possibilità di contattare nessuno, prima di essere rispediti a casa. E’ l’assurda disavventura capitata ai Soviet Soviet, band italiana che aveva raggiunto il Paese per un tour promozionale ma che non ha potuto esibirsi e ha vissuto ore di ansia e preoccupazione, come da loro stessi raccontato sulla pagina ufficiale del gruppo. Il trio aveva in programma un mini tour per promuovere il nuovo album e avrebbe dovuto esibirsi senza percepire alcun compenso ma al loro arrivo in aeroporto sono stati interrogati dalle autorità che li avrebbero bollati come immigrati clandestini per poi ammanettarli e condurli in carcere, non prima di aver sequestrato i loro telefoni cellulari. Impossibilitati a mettersi in contatto con l’Italia Alessandro Costantini, Andrea Giometti e Alessandro Ferri non hanno potuto fare altro che trascorrere una notte in carcere a Seattle. E’ accaduto l’8 marzo e dopo ore di controlli e la prigione, sono stati rimandati in Italia. Ecco come i Soviet Soviet hanno raccontato quanto successo loro:

“Siamo atterrati a Seattle il pomeriggio dell’8 Marzo. Ci siamo presentati ai controlli possaporti muniti dell’Esta, della lettera della nostre etichetta americana (con la quale il proprietario della label dichiarava che avremmo avuto una serie di concerti solo a scopo promozionale e non percependo pagamento) e l’invito scritto del SxSw di Austin. Il primo ad essere controllato e ad aver superato i controlli, è stato Ale (batterista) che ha spiegato al poliziotto la motivazione del viaggio promozionale. Ale (Chitarrista) e Andrea, con la stessa versione dei fatti, sono stati bloccati e portati all’ufficio controlli. Di conseguenza siamo stati tutti richiamati e sottoposti a tre interrogatori divisi in tre piccole stanze dell’ufficio. Abbiamo fatto in modo che gli agenti parlassero direttamente anche con il proprietario dell’etichetta americana senza ottenere alcun successo. Dopo quasi 4 ore di domande ci hanno letto il verdetto. Avevano deciso di rimandarci in Italia e di negarci l’entrata negli Stati Uniti. Ci hanno dichiarato immigrati clandestini anche se la nostra intenzione non era quella di trovare lavoro sul suolo americano nè tantomeno quello di non tornare in Italia.
Abbiamo accettato la decisione ormai presa, ci hanno preso le impronte digitali e fatto le foto per il fascicolo. Ci hanno sequestrato il cellulare e non ci hanno dato la possibilità di avvisare parenti e familiari. Verso le 22.30 si sono presentati due ufficiali carcerari che ci hanno perquisito, ammanettato e portato in carcere tramite camionetta. Abbiamo passato la notte in cella scortati come alla stregua di tre criminali. Il giorno seguente, dopo aver sbrigato la procedura del carcere (foto, dichiarazione di buona salute e firme), altri due agenti ci sono venuti a prelevare. Perquisizione, manette e camionetta. Ci hanno portato all’ufficio controlli del giorno precendente dove abbiamo atteso il nostro volo di ritorno che era verso le 13.00 ora locale. Solo in prossimità della partenza ci sono stati ridati i cellulari e le borse e siamo stati scortati fino all’entrata dell’aereo. Siamo stati sollevati di esser ripartiti e di esserci allontanati da quella situazione violenta, stressante ed umiliante. Siamo partiti con tutti i documenti del caso, i passaporti e le varie dichiarazioni con le quali chiarivamo che il nostro tour era solo per promozione e non per guadagno. Sapevamo che se avessimo percepito un compenso avremmo dovuto fare il visto lavorativo. Non era questo il caso e le fonti che avevamo consultato ci avevano tranquillizzato al riguardo. Non avevamo nessun fee concordato e il concerto alla radio KEXP non era di certo a pagamento. Il punto è che gli agenti controllori, facendo un rapido check dei concerti, si erano accorti che l’entrata a due di essi era a pagamento e questo fatto bastava per obbligarci a presentarci con i visti da lavoratori invece che con gli Esta.
Abbiamo accettato questa decisione anche se abbiamo provato in tutti i modi a spiegargli che la situazione economica concordata era diversa ma non c’è stato modo di convincerli. Da quel momento siamo diventati tre immigrati clandestini e siamo stati trattati come criminali. Questo è quello che è accaduto mercoledi e giovedi scorso. Ringraziamo tutte le persone che ci hanno supportato e aiutato in questi momenti, da Alessio Antoci, Owen Murphy a John Richards. Ci scusiamo con tutti i fan, i gestori dei locali, la radio KEXP e il festival SxSw. Ci scusiamo per il tour che abbiamo dovuto annullare e speriamo di tornare al più presto”. 

Il post, che ha suscitato indignazione e molta solidarietà, è già stato condiviso quasi tremila volte e testimonia le crescenti difficoltà di ingresso negli Stati Uniti dopo le nuove regole imposte dal presidente Donald Trump.

Daniele Orlandi