Timore fra gli analisti: “La terza guerra mondiale scoppierà in Corea?”

Una terza guerra mondiale in fieri con epicentro la (sempre) spinosa penisola coreana. Questo scenario si starebbe
concretizzando a seguito di una serie di fattori concomitanti, non da ultimo l’elezione del tanto discusso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dello sdoganamento alla sua ambigua quanto provocatoria politica nei confronti del gigante cinese, da sempre strettamente sedimentato nella lingua di terra che dai fiumi Yalu e Tumen si connette alla Corea del Nord.

Lo scenario appare plausibile, come sostiene l’editoriale della rivista di geopolitica Limes, soprattutto in ragione delle profonde differenze di natura ideologica, economica, politica e finanche linguistica che “scindono”, in maniera incontrovertibile, le due coree in altrettanti Paesi accomunati dalla strana condizione d’esser parte di un’unica, grande nazione.

L’area interessata alle tensioni internazionali, quella che è stata battezzata “zona smilitarizzata”, in realtà è una delle lingue di terra più armate al mondo. La Corea del Nord (ossia la Repubblica Democratica Popolare di Corea) è ormai una conclamata potenza nucleare, tanto che gli analisti sostengono possegga sino a venti ordigni atomici. Pochi anni ancora, si ritiene, e potrebbe dotarsi di missili balistici internazionali armati con testate nucleari con i quali sarebbe in grado di colpire città come Los Angeles e San Francisco.

Ma neppure la Corea del Sud appare incamminata verso una prospettiva di “mediazione”. La presenza in loco di circa 28mila soldati americani ne fa una vera e propria polveriera, considerando anche l’interesse che la Russia nutre su di essa, con i suoi 17 chilometri di contatto con lo spazio nordcoreano, e l’odio viscerale che nutre il Giappone dopo che per più di trent’anni, dal 1910 al 1945, aveva annesso sotto il suo dominio coloniale l’intera penisola.

Si conosce già la storia della “piccola guerra mondiale”, quel conflitto comunemente noto come “Guerra di Corea” che però, dal lato cinese, è stato sempre rivendicato come “guerra di resistenza all’America.” Adesso, conclude l’editoriale, il tempo di nuove tensioni sembra essere davvero più vicino, di giorno in giorno.

Giuseppe Caretta