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Figlia del Boss Lo Giudice si suicida: “Provava vergogna per i traffici di famiglia”

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In 25 anni di vita Maria Rita Lo Giudice aveva provato a fare di tutto per slegarsi dalle sue radici, ma il lascito legato a quel cognome (da sempre legato ai traffici mafiosi in Calabria) era troppo pesante da sopportare e l’ha indotta al suicidio. Questo secondo i carabinieri di Reggio Calabria sarebbe il morivo che avrebbe spinto la giovane a buttarsi da una finestra domenica mattina. A suggerire questa ipotesi ci sarebbe la vita scelta da Maria Rita: laureatasi ad appena 23 anni in Economia, stava ottenendo con profitto un master di due anni che l’avrebbe portata, data la giovane età, in cima alle graduatorie di tutti i concorsi.

Inoltre, stando alle informazioni raccolte dagli interrogatori agli amici della ragazza, Maria Rita conduceva una vita relazionale ricca e soddisfacente, dunque non aveva delusioni amorose o altri motivi di depressione. Il successo accademico e la vita sociale ricca, però, erano solo una facciata di una vita funestata dall’attività mafiosa della famiglia, i Lo Giudice, infatti, sono sinonimo di N’drangheta: il padre Giovanni è da tempo in carcere per mafia, lo zio Nino è un pentito famoso, mente l’altro zio Luciano si sospetta che sia da qualche tempo il boss del clan.

Lo stato impeccabile del suo curriculum universitario doveva essere un lasciapassare per una vita diversa, una vita lontana dalla violenza, dall’illegalità e dai soprusi, ma qualche evento le deve aver fatto capire che non poteva liberarsi dalle radici e che quell’eredità, per quanto rifiutata e dileggiata, non l’avrebbe mai lasciata.

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