Strage di Capaci, dopo 25 anni parla l’autista: “Non è stato detto tutto”

E’ rimasto a lungo lontano dai riflettori e dalle telecamere, Giuseppe Costanza, uno dei sopravvissuti alla strage di Capaci del 23 marzo 1992, quando 572 chili di esplosivo piazzati sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo uccisero il giudice Giovanni Falcone la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Oltre all’autista giudiziario Giuseppe Costanza, riuscirono a sopravvivere gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello.

Costanza è stato intervistato dal TGCOM in occasione del 25esimo anniversario del tragico attentato e dell’uscita del libro “Stato di abbandono”. Per l’autista giudiziario, Falcone – che stava per diventare il procuratore nazionale antimafia – era ormai diventato un personaggio scomodo. “Ritengo che l’attentato di Capaci sia stato un depistaggio per colpire l’uomo e addossare la colpa alla cosiddetta Mafia. Il problema è allora un’altro: capire di quale Mafia stiamo parlando – ha affermato Costanza – Hanno addossato la colpa alla delinquenza locale, hanno preso la manovalanza, ma la mente credo che si debba ancora scoprire”.

Costanza si salvò perchè era seduto al posto del passeggero: quel giorno, infatti, Falcone aveva voglia di guidare. “Mi hanno fatto sentire in colpa. Sono vivo sicuramente perché guidava lui, ma se avessi guidato io sarebbero morte altre quattro persone”.